I casi emersi nei centri di procreazione medicalmente assistita dell’ospedale San Paolo di Napoli e del San Raffaele di Milano riaccendono il dibattito sulla sicurezza delle procedure e sulla tracciabilità degli embrioni.
A intervenire sulla vicenda è Mario Polichetti, responsabile nazionale del Dipartimento Salute dell’Udc, che ritiene necessario un approfondimento sul funzionamento dei sistemi organizzativi e tecnologici adottati nei centri Pma.
Secondo quanto riferito nel comunicato diffuso da Polichetti, si tratta di «due episodi distinti, verificatisi in strutture sanitarie diverse e venuti alla luce a distanza di pochi giorni». Per l’esponente dell’Udc, la contemporaneità dei due casi dovrebbe spingere a valutare non soltanto le eventuali responsabilità individuali, ma anche l’efficacia dei meccanismi predisposti per prevenire gli errori.
«Quando si parla di procreazione medicalmente assistita e di embrioni, anche un errore statisticamente eccezionale può determinare conseguenze umane, familiari e psicologiche irreversibili», afferma Polichetti, secondo cui «è necessario interrogarsi non soltanto sulle responsabilità individuali, ma soprattutto sulla capacità dei sistemi organizzativi e tecnologici di impedire che l’errore umano possa arrivare fino al paziente».
Nel caso del San Raffaele di Milano, dove secondo quanto riportato nel comunicato un errore nella lettura del programma di lavoro avrebbe portato al prelievo dell’embrione sbagliato nonostante il doppio controllo previsto, Polichetti pone l’accento sull’efficacia dei protocolli di sicurezza.
«Se un errore iniziale riesce a superare anche il doppio controllo previsto dal protocollo, significa che dobbiamo domandarci se sia sufficiente affidare la sicurezza esclusivamente alla corretta esecuzione delle procedure da parte degli operatori», sostiene.
Sul caso relativo al San Paolo di Napoli, il responsabile nazionale del Dipartimento Salute dell’Udc richiama invece la necessità di fornire risposte certe e verificabili alle famiglie coinvolte. «Nel caso napoletano, quei genitori pongono una domanda drammatica: dove sono i nostri embrioni? È un interrogativo che merita una risposta certa, scientificamente verificabile e documentata», dichiara.
Polichetti propone quindi di valutare l’introduzione di standard nazionali più stringenti e uniformi per la tracciabilità degli embrioni, insieme a una ricognizione sui protocolli utilizzati nei centri Pma pubblici e privati.
Tra le ipotesi indicate dall’esponente dell’Udc c’è anche l’utilizzo di sistemi tecnologici in grado di interrompere automaticamente una procedura qualora venga rilevata una discordanza nell’identificazione.
«La politica sanitaria non può aspettare la conclusione dei procedimenti giudiziari per intervenire», afferma Polichetti, secondo cui i casi di Napoli e Milano dovrebbero rappresentare «un punto di svolta» per affrontare la questione a livello nazionale. «L’identità biologica di una persona e la serenità di una famiglia non possono dipendere da una riga letta male», conclude.












