Enzo Bianchi è morto il 1° settembre 2026 all’ospedale Molinette di Torino. Aveva 83 anni. Secondo quanto riferito da Treccani, le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni a causa di uno scompenso renale che aveva portato al coma metabolico.
Nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano, Bianchi aveva studiato Giurisprudenza prima di intraprendere un percorso destinato a renderlo una delle figure più riconoscibili della spiritualità cristiana italiana del secondo Novecento e dei primi decenni del nuovo secolo. Nel 1965 fondò a Magnano, nel Biellese, la Comunità monastica di Bose. I primi fratelli e sorelle si unirono a lui tre anni più tardi.
La scommessa di Bose
La novità di Bose fu anche nella sua composizione: una comunità monastica formata da uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane. In un’epoca nella quale il dialogo ecumenico era ancora un terreno particolarmente delicato, Bianchi fece della convivenza e dell’ascolto tra diverse tradizioni cristiane uno degli elementi centrali della propria esperienza.
Gli inizi non furono semplici. La comunità incontrò difficoltà nel rapporto con la gerarchia cattolica, ma negli anni l’impegno ecumenico di Bose contribuì a consolidarne il riconoscimento e il rapporto con la Chiesa di Roma.
Bianchi rimase priore della comunità fino al 2017. Parallelamente sviluppò un’intensa attività di studio e divulgazione, diventando autore di numerosi libri e collaboratore di importanti quotidiani e periodici. Fu inoltre tra i fondatori delle Edizioni Qiqajon, casa editrice specializzata in spiritualità biblica, liturgica, monastica e patristica.
Uno scrittore oltre i confini della comunità monastica
Il suo linguaggio non rimase confinato agli ambienti religiosi. Bianchi intervenne per anni sui temi della fede, della preghiera, della fraternità, della vecchiaia, della morte e del rapporto tra cristianesimo e società contemporanea.
Tra le sue opere figurano Il pane di ieri, Una lotta per la vita, Dono e perdono, Gesù e le donne, La vita e i giorni. Sulla vecchiaia, Cosa c’è di là, Dove va la Chiesa? e Fraternità. Nel 2009 Il pane di ieri gli valse il Premio Cesare Pavese.
La sua riflessione era caratterizzata dall’attenzione alla Bibbia e ai Padri della Chiesa, ma anche dalla volontà di confrontarsi con le inquietudini dell’uomo contemporaneo. È proprio questa capacità di parlare contemporaneamente a credenti e non credenti ad aver contribuito alla sua notorietà fuori dagli ambienti strettamente ecclesiali.
La rottura con Bose
Gli ultimi anni della sua relazione con la comunità da lui fondata furono invece segnati da un conflitto profondo.
Tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020 si svolse una visita apostolica a Bose. La vicenda riguardava, tra l’altro, le difficoltà di convivenza e di governo all’interno della comunità e i rapporti tra Bianchi e la nuova leadership. Nel 2020 la Santa Sede dispose il suo allontanamento dalla comunità.
La separazione non fu immediata. Nel 2021 Bianchi lasciò definitivamente Bose e si trasferì nei pressi di Torino. La sua partenza arrivò al termine di mesi caratterizzati da tensioni pubbliche e da differenti ricostruzioni della vicenda da parte dell’ex priore e della comunità.
È importante, sul piano giornalistico, distinguere i fatti documentati dalle interpretazioni: le fonti dell’epoca riportano posizioni differenti sulla gestione del conflitto e sulle condizioni del trasferimento. La decisione di allontanare Bianchi, invece, fu collegata al provvedimento della Santa Sede successivo alla visita apostolica.
Una nuova stagione
Dopo la conclusione della vicenda di Bose, Bianchi continuò la propria attività spirituale e culturale. Secondo Treccani, diede vita alla Casa della Madia, una nuova fraternità monastica ad Albiano d’Ivrea, proseguendo fino agli ultimi anni la sua attività di scrittore e di riflessione sulla fede.
La sua morte chiude così una vicenda umana e religiosa complessa: quella di un uomo che aveva scelto di vivere la propria fede fuori dai percorsi convenzionali, costruendo a Bose un’esperienza monastica originale e facendone per decenni un punto di riferimento del dialogo ecumenico.
La parabola di Bianchi lascia un’eredità difficile da ridurre a una sola definizione. Da una parte c’è il fondatore di Bose, il monaco capace di portare la riflessione biblica e spirituale nel dibattito pubblico; dall’altra, la dolorosa conclusione del suo rapporto con la comunità nata dalla sua intuizione.
Resta soprattutto una produzione intellettuale vasta, insieme a un’esperienza comunitaria che ha avuto un ruolo significativo nella storia recente del cristianesimo italiano. Una storia fatta di ricerca spirituale, dialogo e apertura, ma anche di conflitti e di fratture che hanno accompagnato gli ultimi anni della sua vita.
Enzo Bianchi aveva trasformato un piccolo progetto nato nel 1965 sulle colline del Biellese in una realtà conosciuta ben oltre i confini italiani. La sua morte riapre ora il bilancio di quella esperienza e del pensiero di uno dei protagonisti più originali del cristianesimo contemporaneo.












