Il film sulla vita del giovane santo sfiora il 30% di share. Dal rapporto con i compagni di scuola a Rajesh, dal computer alla fede: il racconto di un ragazzo capace di trasformare la quotidianità in una testimonianza
Quattro milioni e 269mila spettatori, pari al 29,6% di share, con picchi che hanno raggiunto il 40%. È il risultato ottenuto ieri sera su Canale 5 da “Il mio nome è Carlo”, il film tv diretto da Giacomo Campiotti e dedicato alla vita di San Carlo Acutis. Un risultato particolarmente significativo anche tra i giovani: nella fascia 15-34 anni lo share ha raggiunto il 32,6%.
Numeri che raccontano quanto la storia di Carlo, morto a soli 15 anni nel 2006 e proclamato santo nel 2025, continui a parlare a generazioni diverse. Il film sceglie di raccontarlo non soltanto attraverso la sua fede, ma soprattutto attraverso la sua quotidianità: la famiglia, la scuola, gli amici, il computer, il volontariato e le persone che incontrava.
È questo forse uno degli aspetti più emozionanti del racconto. Carlo non viene presentato come un ragazzo distante dalla vita dei suoi coetanei. Al contrario, era profondamente immerso nel suo tempo. Amava l’informatica e intuì presto le possibilità offerte da Internet, utilizzandolo anche per raccontare la fede e diffondere la conoscenza dei miracoli eucaristici. Per questo sarebbe diventato, negli anni, uno dei simboli della fede nell’era digitale.
Ma nel film c’è soprattutto Carlo con gli altri. Il rapporto con i compagni di scuola diventa uno dei fili del racconto: attraverso di lui emergono le fragilità, le solitudini e anche le difficoltà dei ragazzi della sua età. Tra i personaggi centrali c’è Rajesh, il domestico originario delle Mauritius che si prende cura di Carlo fin da quando era bambino. Un rapporto costruito sulla fiducia e sull’accoglienza, scelto dal regista come una delle chiavi per raccontare il giovane Acutis.
E poi c’è la famiglia, con la madre Antonia e il padre Andrea, chiamati a confrontarsi con un figlio che, nella sua straordinaria normalità, finisce per insegnare qualcosa anche agli adulti. Il film segue Carlo in diverse età, dai sei agli undici anni fino all’adolescenza, arrivando agli ultimi giorni della sua vita, quando una leucemia fulminante lo porta via nell’ottobre del 2006.
È proprio quella normalità a rendere ancora oggi la sua storia così vicina. Un ragazzo che andava a scuola, aveva amici, utilizzava il computer e viveva le passioni della sua età, ma che aveva scelto di mettere la propria vita e le proprie capacità al servizio degli altri.
A vent’anni dalla sua morte, Carlo Acutis continua così a essere raccontato attraverso ciò che era prima ancora di diventare santo: un ragazzo. Un ragazzo che ha lasciato un messaggio di fede, di attenzione verso gli altri e di speranza che, ieri sera, ha raggiunto milioni di persone davanti alla televisione.












