Per l’assegno divorzile, la rinuncia alla carriera si prova anche per presunzioni e la rinuncia ad opportunità lavorative per dedicarsi alla famiglia può diventare un elemento decisivo nella determinazione dell’assegno divorzile.
A chiarirlo è la Corte di Cassazione con una pronuncia che valorizza la possibilità di dimostrare il sacrificio professionale anche attraverso presunzioni fondate su circostanze concrete.
Non è sempre necessario, infatti, disporre di una prova documentale diretta di ogni occasione lavorativa perduta. Il giudice può ricostruire le scelte compiute durante il matrimonio attraverso indizi significativi, purché il ragionamento sia logico, riconoscibile e fondato sugli elementi acquisiti al processo.
Un esempio particolarmente significativo è la cessazione dell’attività lavorativa in coincidenza con la nascita di un figlio e con l’aumento degli impegni di cura. Se tale circostanza si inserisce in un progetto familiare condiviso, può costituire un indice del sacrificio professionale sostenuto da un coniuge per consentire all’altro di dedicarsi maggiormente alla propria carriera.
La prova può essere rafforzata da documenti relativi al precedente impiego, dimissioni, riduzioni dell’orario, rinunce a incarichi o promozioni, corrispondenza tra i coniugi e testimonianze sulle modalità di organizzazione della vita familiare. È importante ricostruire anche le conseguenze economiche e previdenziali della scelta, come la perdita di reddito, di anzianità contributiva e di concrete prospettive di avanzamento.
Il principio si collega alla funzione perequativo-compensativa dell’assegno divorzile, volta a riconoscere il contributo fornito alla famiglia e il sacrificio delle opportunità professionali, quando abbiano inciso sull’attuale squilibrio economico tra gli ex coniugi.
Non basta, tuttavia, dimostrare di essere stati disoccupati durante o dopo il matrimonio: occorre individuare il collegamento tra le scelte familiari, il contributo prestato e le occasioni professionali sacrificate. L’ordinanza ribadisce così che la prova presuntiva è ammissibile, ma non può trasformarsi in una supposizione automatica.
La tutela, dunque, non premia semplicemente chi guadagna meno: riconosce il valore economico del lavoro familiare e la necessità di valutare le conseguenze che una scelta condivisa può produrre anche dopo la fine del matrimonio.












