Cuniculi vernacolari cilentani

di Orazio Ruocco

Mesi di lockdown senza fine. Pomeriggi silenziosi e anestetizzanti, che inducono ad appisolarsi, nel senso di dormicchiare, schiacciare un sonnellino, abbandonarsi nelle spire del sogno, insomma, congedarsi brevemente dal mondo circostante in punta di piedi. Chi si vuole addormentare per un po’ nel Cilento, è bene però che usi un altro verbo per esternare questo distensivo proposito.

Appisolare, infatti, in senso cilentano, significa arrampicare, salire velocemente e leggiadramente, e la parola “pisolo” significa leggero, da cui una tipica espressione dialettale, “‘mpesala ‘mpesala”, (“pisolo pisolo” nella zona montuosa) che si utilizza quando si vuole, o si invita qualcuno, a prendere qualcosa con la massima rapidità e leggerezza: una fetta di torta, per esempio, che richiede per l’appunto lestezza e delicatezza.

L’etimologia della parola sembra confermare questa sua tipica accezione. Fonti attendibilissime la fanno derivare dal latino “pisulum”, pisello, pianta leggerissima che, attorcigliandosi con i suoi esili filamenti su un bastone posto a sostegno, si innalza con sottile leggerezza.

La fetta di torta, da prendere, come abbiamo visto, ” ‘mpesala ‘mpesala”, spesso fa venire “nu gulìo” irrefrenabile, incontenibile e irresistibile. La parola “gulìo”, però, tradisce chiaramente la sua origine. Non dobbiamo chiederle carta di identità o pedigree, in quanto ha in sé il suo patronimico: gola. E siccome la gola fa venire l’acquolina in bocca, “u gulìo” è la brama, il forte desiderio, che si ritiene abbia la propria residenza nella gola.

Con “gulìo” non c’è voluto molto per “ingarrare” il significato della parola, mentre invece quest’ultimo verbo nasconde qualche insidia. “Ingarrare”, ” ‘ngarrare”, è verbo che significa azzeccare, indovinare, dire o far bene qualcosa. Lo si usa solamente nel gergo dialettale, in quanto non ha un equivalente, un similare in italiano, mentre ne ha degli altri con senso opposto. Infatti, noi possiamo “sgarrare”, o fare uno “sgarro” a qualcuno, ma non possiamo “ingarrare”. Quando lo facciamo, allora “ammù ‘ngarrato”, ma solo nella nostra terra!

E spesso questo accade, quando qualcuno viene a “tozzolare”, o “tuzzuliare”, al portone di casa. Indoviniamo, cioè, chi è, dal modo di farlo. C’è chi è discreto e dà solo un colpettino, chi è invadente e butta giù il portone, e chi si ispira a Mozart con tocchi ritmici e insistiti, come quando si pone l’accento su una vocale. Eeeh, quante cose si possono fare col verbo “tozzolare”! Ci possiamo annunciare senza l’ausilio del citofono, basta saper usare con originalità il battente al portone. Provate a fare altrettanto col verbo “bussare”! Anonimo, asettico, esangue, e sterile di passioni e fantasie Tozzolare, invece, ha in sé l’onomatopeico “to to”, che, al pari dei due martelletti dello xilofono, ci consente, di tanto in tanto, di sognare in grande.

Ma tutti i sogni finiscono, si sciolgono, come le bolle di sapone. È giunto purtroppo il momento di piantare “u zippo”, di mettere, insomma, la firma d’autore a questo quadretto vernacolare. E quale sigillo migliore, quale marchio doc di garanzia più appropriato “ru zippo”? “U zippo” era quel segno di misura posto sulla sommità dello staio. Serviva a non andare fuori misura, a restare nei limiti, come in tutte le cose sensate della vita. E anche questi cunicoli verbali, che hanno inteso raccontare una semplice favola, dovevano avere un termine, una fine, perché ” ‘ndu zippo” giace la storia e la saggezza di un popolo.

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