Chi vive in quartieri con un alto tasso di svantaggio economico e sociale presenta una percentuale di gioco problematico più che doppia rispetto a chi vive in contesti più favoriti, l’11,1% contro il 5,1%. Pesa anche il contesto familiare: su quasi 500 minori tra i 9 e i 14 anni, l’86% di chi giocava regolarmente lo faceva con un familiare, il 40% con un genitore.
I dati aprono il nuovo approfondimento curato da Loqui per Oltre il Gioco, progetto editoriale indipendente dedicato alla prevenzione del gioco problematico. Loqui, piattaforma di terapia online e partner salute mentale del progetto, ha passato in rassegna 13 studi scientifici internazionali sul contesto sociale, economico e familiare per analizzare le origini del fenomeno-gioco problematico.
Il gioco d’azzardo, sottolinea Loqui, raramente resta un problema isolato: uno studio su un ampio campione della popolazione statunitense lo associa all’abuso di alcol, tabacco e cannabis, al punto da raccomandare interventi integrati. A questo si aggiunge il fattore socioeconomico: chi vive in quartieri svantaggiati ha maggiore disponibilità di occasioni di gioco, e può percepirlo come una delle poche vie per migliorare rapidamente la propria condizione economica.
Il contesto sociale in cui si cresce pesa anche prima dell’età adulta. Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, le persone tendono a riprodurre comportamenti osservati in famiglia, soprattutto se percepiti come normali: un ambiente in cui il gioco viene praticato apertamente, senza che le conseguenze negative vengano mai rese visibili, aumenta il rischio da adulti. Loqui evidenzia il peso delle esperienze infantili avverse, come abusi, trascuratezza o crescere in una famiglia segnata da violenza domestica o dipendenze di un genitore: chi ne ha vissute tre o più ha una probabilità più che tripla di sviluppare un disturbo da gioco, un legame che passa soprattutto attraverso la difficoltà a regolare le proprie emozioni.
L’analisi individua inoltre un legame diretto tra il disturbo da gioco e alcune difficoltà emotive precise, come la scarsa accettazione degli stati emotivi negativi. Il modello dei tre percorsi, proposto nel 2002 da Alex Blaszczynski e Lia Nower, descrive un profilo “emotivamente vulnerabile” che usa il gioco per anestetizzare ansia, stress o un vissuto di vuoto interiore.
L’articolo rimarca come la motivazione di fuga sia centrale: da sola spiega oltre il 32% della varianza nei punteggi di gravità del gioco. Una ricerca su quasi 700 persone ha rilevato che la dissociazione durante il gioco, uno stato di «restringimento della coscienza» già descritto nel 1986 dallo psicologo Durand Jacobs, spiega da sola il 58% dell’effetto totale sulla gravità del disturbo attraverso la motivazione di coping.
Un ultimo dato parla di solitudine: uno studio finlandese del 2025, che ha seguito oltre 600 persone per due anni, mostra che la solitudine predice un aumento del gioco motivato dalla fuga, che a sua volta ne peggiora la gravità, in un circolo che si autoalimenta. Anche la propensione alla noia, come tratto stabile, risulta più alta nei giocatori patologici rispetto ai gruppi di controllo, insieme ai sintomi depressivi.
Una nota a margine riguarda l’interazione fra ansia e condizione economica: uno studio su oltre 28mila adulti canadesi mostra che il legame tra ansia e gravità del gioco cambia a seconda della condizione socioeconomica. Chi convive con ansia e vive in condizioni di svantaggio economico ha un rischio nettamente più alto rispetto a chi ha lo stesso livello di ansia ma maggiori risorse: la povertà, in altre parole, amplifica l’effetto che ansia e altre difficoltà emotive hanno già di per sé sul gioco.
Per Loqui, partner salute mentale di Oltre il Gioco, “nessuna di queste emozioni riguarda davvero il gioco in sé: riguarda quello che il gioco riesce a fare per un momento, farle tacere. Non è quasi mai una questione di forza di volontà, ma la ricerca di un sollievo che altrove non si riesce a trovare”.
L’approfondimento completo è disponibile su: https://oltreilgioco.it/gioco-emozioni-salute-mentale-perche-cercano-azzardo-via-fuga/












