Da De Andrè alla P.F.M.: Franz Di Cioccio si racconta

di Giuseppe Galato

Prima batterista ne I Quelli, poi session-man per artisti del calibro di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè fino alla nascita della Premiata Forneria Marconi di cui diventerà front-man e con cui girerà il mondo: e domani la musica di Faber e della storica band Progressive sarà a Vallo Della Lucania in occasione di Finestra Jazz.

D: Gli esordi con i Grifoni, il Beat de I Quelli passando per I Krel fino al Progressive della Premiata Forneria Marconi: come mai questo passaggio quasi drastico?

R: Il Beat e il Progressive non sono proprio imparentati. Diciamo che i musicisti hanno esigenze di esprimersi di più per cui il Progressive è stata la corrente più bella che è uscita in quegli anni, dava più spazio alla musica, all’espressione dei musicisti e ci si poteva soprattutto confrontare con un pubblico dal vivo con i concerti, che hanno favorito molto questa forma musicale in cui gli strumentisti possono parlare con gli strumenti anziché cantare solo canzoni, per cui i gruppi diventano protagonisti, gli ensemble diventano protagonisti, non c’è più il cantante che fa i dischi ma ci sono i gruppi che fanno i concerti. E ovviamente anche i dischi. Noi facevamo all’epoca i session-man, in particolare io, perché la batteria è lo strumento più richiesto, quindi mi sono trovato ad essere il session-man più richiesto ed attorno alla figura del session-man è ruotato un po’ il panorama musicale di quegli anni. Ci siamo trovati preparati ad un momento di grandi cambiamenti in cui sapere interpretare con il proprio strumento la tua generazione, le tue pulsioni e i tuoi sogni era la chiave per poter fare il musicista all’epoca. Io sono abruzzese, quindi testardo, risoluto, determinato. A quattro anni sono venuto a Milano e un abruzzese in una band fa sempre bene, perché è cocciuto e non si arrende (ride). E il desiderio, il sogno, era quello di poter arrivare molto in alto e per in alto intendo andare all’estero. Non ci sentivamo secondi a nessuno. E così è poi andata. Alla fine siamo l’unico gruppo di quel periodo che ha scalato classifiche in tutto il mondo, ha preso dischi d’oro. Insomma, oggi siamo a circa 4900 concerti, che non sono pochi. Tieni presente che ogni concerto dura circa tre ore. Fai un po’ il conto di quante ore abbiamo passato sul palco. E quanti assoli ho fatto e quante bacchettate. E quindi questa cosa qui si traduce in un grande entusiasmo che ti rimane dentro perché in fondo la musica è veramente un modo per poter passare le culture, passare le tue esperienze e far vivere grandi emozioni alla gente ma soprattutto unire culturalmente popoli, città, nazioni. E questa cosa qui se la fai con il piacere di saperti sempre rinnovare, com’è nella mia immaginazione, ti ritrovi ad avere passato 40 anni, solo con la P.F.M., perché poi ne ho passati molti di più, in giro per i palchi con la voglia di incontrare il pubblico. È un dono di Dio. Non si fa per mestiere, si fa proprio per passione.

D: L’incontro con Greg Lake prima e Pete Sinfield poi che vi lanciarono sul mercato mondiale: raccontaci di come fu stare a contatto con quelli che, allora, erano di fatto i vostri miti musicali.

R: Sono persone che leggi i loro cognomi sui dischi, poi te li trovi lì e ti rendi conto che la musica abbatte le barriere. Quelli che prima ammiravi ed ascoltavi sui dischi te li ritrovi come compagni di viaggio. Greg Lake rimase stupito nell’ascoltare la nostra musica, perché noi siamo partiti facendo cover di altri gruppi, come tutti, d’altronde, solo che la nostra scelta era caduta su un gruppo fondamentale per lui, i King Crimson, e quando ricevette il nastro delle nostre cose disse “le fanno meglio di quando le facevamo noi dal vivo”. Questo te la dice lunga sulla nostra preparazione come musicisti. E Greg Lake, che era uno dei fondatori dei King Crimson, decise di produrci perché trovava in noi una gran bella componente musicale arricchita da una capacità di calore più forte degli anglosassoni, questa capacità di far sentire anche un po’ della nostra mediterraneità. Furono i nostri mentori a livello internazionale. Sinfield scrisse dei testi fantastici. Questa è anche la ragione del nostro successo all’estero. Dei testi veri, di un poeta vero, con delle storie che potevano essere credibili all’estero. Non erano la semplice traduzione dei testi italiani che però non avevano nessuna aderenza sulla cultura anglosassone o americana. I testi erano di alta poesia, e questa cosa qui favorì il fatto che la gente amasse la nostra musica perché si creava un perfetto connubio fra liriche poetiche e musica in un certo senso poetica. Quindi si sposava perfettamente questo sodalizio. Un po’ quello che accadde poi con Fabrizio: altissima poesia con una capacità di fare interpretare a quella poesia un veicolo musicale che arrivasse direttamente al pubblico. È così che De Andrè è diventato popolare, perché le nostre versioni lo hanno reso più popolare grazie al linguaggio del Rock e grazie anche alle suggestioni che crea la nostra musica all’interno della sua poesia. Questo tra l’altro è il tema principale di questo concerto-evento che noi portiamo in giro: questo rapporto che abbiamo avuto con Fabrizio che lo facciamo rinnovare tutte le sere d’avanti al pubblico che viene ad ascoltare un evento che ha segnato poi la storia musicale italiana. Quello è stato, se vogliamo, una delle cose più belle del secolo scorso.



D: Un importantissimo incontro per la nascita della P.F.M. è avvenuto proprio grazie a De Andrè: l’incontro con Mauro Pagani durante le registrazioni de “La Buona Novella”, di cui, nel 2010 avete registrato un rifacimento: ascolteremo il live intero durante il vostro live?

R: Durante questo live una sorpresa la faremo: faremo ascoltare una cosa di quell’album. “La Buona Novella” fu l’ultimo disco che facemmo come session-men e poi decidemmo di cambiare nome, di cambiare genere, di cambiare pelle e diventare il gruppo che siamo diventati, cioè la P.F.M.: musica sperimentale, musica Progressive. E fu l’incontro con Fabrizio De Andrè. Fu un incontro molto forte e importante, perché eravamo diversissimi come caratteri, anche artisticamente. Noi facemmo un gran bel lavoro su un disco dove potemmo partecipare solo come esecutori ma non come arrangiatori, perché l’arrangiatore era Gian Piero Reverberi, che fece anche un bel lavoro, e ci chiamò perché con lui avevamo già lavorato con Battisti. Io ho lavorato con Battisti dal ‘67 al ’71 e nell’ultimo periodo, generalmente, lavorava tutto il gruppo insieme, e tra le ultime cose che facemmo ci fu appunto “Emozioni”, “Amore E Non Amore” e l’ultimo lavoro che facemmo fu quello di Fabrizio. Per quello di Fabrizio, siccome avevamo fatto un bel lavoro con le altre produzioni, Gian Piero si fidava e ci affidò l’esecuzione degli arrangiamenti. Il disco fu talmente bello che Fabrizio rimase colpito e ci dedicò le note di copertina. Questa cosa ci fece conoscere e ci fece stimare reciprocamente. Poi la scintilla scoppiò nel ’78 in Sardegna dove decidemmo di fare quel tour insieme, ma senza quella “Buona Novella” non ci sarebbe stato il tour. Quella “Buona Novella” ci rimase nel cuore ma soprattutto rimane l’idea che vent’anni dopo il suo testo sia fantastico: un Gesù laico, rivoluzionario, secondo l’idea di Fabrizio il più grande rivoluzionario della storia che sapeva anche porre la difesa degli ultimi e degli umili, le parole di solidarietà e di apertura verso le minoranze che ha sempre avuto Cristo nella sua visione laica. Lui diceva che se Gesù lo si considera un Dio è inimitabile, per cui non si può prendere in considerazione un dio, perché un dio non si può imitare. Per Fabrizio Gesù doveva essere pensato come uomo togliendolo per un momento da una sua aura divina, perché nell’aura divina ovviamente c’è anche il fatto della fede. La fede ti fa credere o non credere. Dal punto di vista laico rifletti solamente sul fatto che è un uomo che si è sempre messo sempre contro il potere costituito, contro i soprusi, a favore delle persone più deboli. Infatti il suo ritratto, i ladroni, ciò che succede a Maria, la figura di Giuseppe, è un affresco talmente e umanamente forte che quarant’anni dopo ci sembrava giusto, con la capacità che abbiamo e con la conoscenza che abbiamo oggi della persona De Andrè, di rendere omaggio all’amico e soprattutto al musicista, al poeta. Di fare una versione se vuoi adulta, una versione in 3D, un po’ una versione “Avatar”, facendo si che la musica potesse dare ancora di più la dimensione di questo affresco del più grande rivoluzionario della storia vissuto 2010 anni fa. Ed ecco come nasce “La Buona Novella”, dove noi abbiamo mantenuto intatto l’impianto poetico, l’impianto musicale, però abbiamo scritto 30 minuti di musica in più per dargli tutta la scenografia musicale, di suoni, di colori, per far rivivere questo vangelo apocrifo. Adesso è diventato un’Opera Rock, il disco ha avuto delle fantastiche recensioni, e noi lo porteremo in tournée in Autunno e Inverno nella versione integrale e a Vallo Della Lucania faremo ascoltare un piccolo estratto per fare un regalo al nostro pubblico in anteprima prima del tour. È molto entusiasmante perché ti cali nella storia e non riesci a staccarti finché finisce. Ovviamente è tutta diversa rispetto all’originale, ma questo è l’effetto P.F.M. che c’è in questo disco.

D: Cosa deve aspettarsi il pubblico da un live della P.F.M.?

R: Questo è un altro dei nostri modi di poter far vivere al pubblico emozioni diverse. Diciamo che ormai il pubblico si è abituato alla radio, sente le playlist, le canzoni son quelle, mentre la nostra musica è molto ricca di sfaccettature, anche perché il Progressive ti porta ad avere una multiespressività. Noi abbiamo immaginato che quando la P.F.M. si presenta al pubblico dal vivo fa un rappresentazione, non un concerto. Per rappresentazione intendo dire che ci sono due tempi: in un tempo c’è il progetto, se vuoi con uno spessore preciso, a cui devi dedicare attenzione, è più penetrante da un punto di vista culturale. Non che il secondo non lo sia. Il secondo è squisitamente un racconto musicale in più quadri in cui la P.F.M. fa ascoltare molta della sua produzione che va da canzoni famose come “Impressioni Di Settembre”, “È Festa” o “Maestro Della Voce” ma dove puoi trovare anche dei brani che durano 12 minuti dove ci sono famose fughe, momenti di improvvisazione, cioè quella cosa che ti fa capire che il gruppo sta suonando davanti a te, veramente, senza trucchi, senza inganni, senza sequenze, così, senza rete su un filo, e il filo è quello che getta tra noi e il pubblico e sul quale noi siamo in equilibrio. Questa cosa qui è molto molto bella, perché la gente finalmente si gode un concerto. Un po’ come quando vai a teatro. Il cinema è una forma artistica bellissima però è tutta precisa, studiata, mentre in teatro c’è il pubblico e l’attore. L’attore ti commuove perché in quel momento lì sceglie il tempo giusto, la battuta giusta. Il pubblico ride quando lui ha i tempi giusti e il modo giusto, e quindi si crea una specie di empatia che ti fa dire che sei stato bene perché hai vissuto un momento di vita reale. Noi facciamo questo. Faremo un concerto in cui avremo una prima parte in cui si ascolterà questo lavoro con De Andrè e nella seconda parte facciamo un po’ di P.F.M. celebrata per le sue capacità di andare all’estero, di stupire, ma anche di essere italiani ed essere internazionali allo stesso tempo. Quasi tre ore di… tutto!

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