La scrittrice cilentana Caterina Infante, originaria di Castellabate, torna in libreria con “Legami”, un romanzo che attraversa il Novecento italiano seguendo le vicende di tre generazioni di donne. Un’opera che intreccia memoria familiare, storia collettiva e grandi trasformazioni politiche e sociali del Paese, ponendo al centro il valore dei legami e il peso dell’eredità tra madri e figlie.
Legami è un romanzo di memoria familiare e collettiva che racconta il Novecento italiano attraverso tre generazioni di donne. Al centro, i legami di sangue e di ideali che uniscono e lacerano una famiglia operaia, sullo sfondo delle grandi trasformazioni politiche e sociali del Paese.
Il racconto prende avvio da una fotografia del 1943: un padre partigiano e i suoi figli ritratti davanti alla bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale. Da quell’immagine nasce un filo narrativo che attraversa tre generazioni e che diventa metafora dei legami di sangue, di ideali e di appartenenza che tengono insieme la famiglia Capuano, anche nei momenti di maggiore frattura.
La prima voce è quella di Anna, giovane donna del rione Sanità, cresciuta in una comunità popolare segnata dalla povertà e dalla solidarietà. Sposa Giuseppe Capuano, operaio siderurgico e militante comunista, per il quale la politica è una missione. Il loro matrimonio, vissuto in uno spazio domestico angusto e privo di intimità, rivela presto una frattura profonda: Giuseppe appartiene alla fabbrica e alla lotta, Anna alla casa, alla maternità e alla fede. Il tradimento di Giuseppe incrina definitivamente l’equilibrio familiare; la perdita di un figlio e il dolore che ne segue segnano una separazione emotiva che solo il tempo e la storia condivisa riescono in parte a ricucire. Intorno a loro, figure femminili silenziose e resistenti: Carmela e Concetta, che incarnano il cuore nascosto della famiglia e della comunità.
La narrazione passa poi a Laura, figlia di Anna, giovane donna degli anni Sessanta e Settanta, cresciuta tra ideali politici e disillusione. Giornalista, militante, inquieta, Laura vive in prima persona le tensioni di un’Italia attraversata da scioperi, repressione e stragi. Attraverso di lei il romanzo affronta il tema dell’eredità: cosa significa essere figli di una generazione che ha creduto, lottato, sacrificato tutto per un’idea di mondo migliore? E quale prezzo si paga nel portare avanti quel lascito?
La maternità e la relazione con Federico non placano il suo bisogno di dare un senso profondo alla vita. Attratta dalla radicalità della lotta extraparlamentare, sceglie la clandestinità, sacrificando affetti e identità. L’esperienza della lotta armata e il carcere lasciano ferite profonde e irreversibili.
Nella terza parte del romanzo, lo sguardo si sposta sulla generazione successiva. Mara, figlia di Laura, è cresciuta nell’assenza e nel silenzio: per lei la madre non è un’eroina né una rivoluzionaria, ma una figura lontana, quasi estranea, cancellata da una scelta politica che ha spezzato la famiglia. Trasferitasi a Roma con il padre, a cui è legata in modo assoluto, Mara scopre troppo presto la verità su quella madre diventata un nome sui giornali e un’ombra nella sua vita. Adolescente e poi giovane donna, vive il ritorno di Laura come una minaccia all’equilibrio costruito con fatica.
Il confronto tra madre e figlia avviene solo molti anni dopo, quando Laura, segnata dalla clandestinità, dal carcere e dalla perdita, tenta un ritorno. Solo la morte improvvisa del padre spezza definitivamente le difese di Mara: nel lutto, madre e figlia sono costrette a guardarsi senza filtri ideologici né rancori. In questo incontro tardivo si affronta il nodo più profondo del romanzo: l’eredità emotiva delle scelte politiche, il peso che ricade sui figli, e la possibilità – fragile, imperfetta – di una riconciliazione. La storia, che nelle prime parti aveva guidato e travolto le vite dei protagonisti, qui lascia spazio a una domanda: cosa resta, quando tutto è stato sacrificato?
Nel finale la riconciliazione madre-figlia prende forma in modo imperfetto, ma possibile. Il romanzo si chiude sul passaggio generazionale: ciò che era ferita diventa memoria, ciò che era assenza si trasforma in scelta di restare. Una storia di dolore e resistenza, in cui i legami non imprigionano, ma tengono in piedi.












