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Aspettando il Meeting del Mare: intervista agli Africa Unite

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Aspettando il Meeting del Mare: intervista agli Africa Unite

In occasione del live al Meeting del Mare il 27 maggio abbiamo intervistato gli Africa Unite, la band reggae di Torino che da 30 anni (proprio il 25 maggio uscirà la loro prima biografia ufficiale, “Trent’anni In Levare”, con gli interventi di personaggi come Alborosie, Max Casacci dei Subsonica e Giuliano Palma) porta in giro il verbo di Bob Marley a suon di ritmi in levare.

D: Nella vostra lunga carriera siete sempre stati vicini ad argomenti come l’emarginazione razziale e l’omofobia. Il tema del Meeting Del Mare 2011 è “Perché?”. Perché in una società moderna solo superficialmente ancora è importante parlare di tematiche così tristi?
R: Penso che la questione sia semplice.Fino a quando le problematiche esistono è importante che se ne parli. Noi, con gli Africa, abbiamo sempre pensato che la musica potesse essere un ottimo veicolo per far passare dei messaggi. È chiaro che non abbiamo la presunzione di risolvere i problemi del mondo, ma se almeno riusciamo a fare riflettere sulle questioni chi ci ascolta penso sia già un ottimo risultato. Nello specifico, abbiamo preso, negli anni, delle posizioni rispetto alle discriminazioni di qualunque tipo siano. In modo particolare all’interno di “Rootz”, l’ultimo nostro disco, c’è un pezzo che parla di omofobia, ”Così Sia”. Questo perché, nel mondo del reggae, ci sono purtroppo artisti che il messaggio di uguaglianza, rispetto e tolleranza predicato da Marley non sanno neppure cosa sia. Nell’ambiente della dancehall giamaicana, per esempio, c’è gente che inneggia, nelle canzoni, a cercare gli omosessuali per dargli fuoco, e sono episodi come questo che ci fanno preoccupare. Purtroppo il più delle volte la musica rappresenta il tessuto sociale dove viene concepita ed in questo caso si capisce chiaramente che la società dei giovani giamaicani ha una natura intollerante ed omofoba. Il problema invece che ci riguarda da vicino è che viviamo in Italia, un paese dove l’influenza della chiesa è molto forte quindi di argomenti come l’omosessualità è difficile che se ne parli. Sarebbe importante, invece, che si parlasse e si facesse informazione, educazione su argomenti come questo, il sesso, le droghe e molti altri ancora. Ma invece si preferisce far finta di niente, come se certe cose non esistessero. Ma mettere la testa sotto al sabbia non è certo la soluzione.

D: E il ruolo dei politici che troppo spesso fomentano l’odio per il diverso?  Può essere ancora così facile “dividere e comandare”?
R: Penso che l’unione sia una cosa che spaventa. I gruppi hanno sicuramente più forza del singolo. E poi se un gruppo propaganda uno stile di pensiero o di vita alternativo può, secondo loro, diventare un pericolo che può minare lo status quo! Dal canto nostro appunto per questo dovremmo abbandonare il solito pensiero “tanto da solo cosa posso fare” e cercare nell’unione la soluzione per provare a cambiare le cose che pensiamo siano sbagliate. La cosa che il sistema vuole è che non si rifletta sulla realtà che ci circonda. I media ci mostrano il più delle volte un mondo artefatto, fasullo, dove è tutto a posto e non c’è niente di cui preoccuparsi. È importante capire qual è la verità delle cose, o almeno valutarne diverse, e di conseguenza farsi un’opinione consapevole del mondo in cui viviamo e di conseguenza prendere posizione sulle questioni.

D: Calcate i palchi da 30 anni ormai, siete una delle migliori live band italiane e continuate a ricercare nuovi intrecci in ogni disco pur rimanendo fedeli al vostro stile. Gli Africa Unite si aspettavano di diventare i portabandiera del reggae italiano e come vivete la situazione in cui riversa ora la musica nel Bel Paese?
R: Abbiamo cominciato a suonare perché era una cosa che ci divertiva e continuiamo a farlo per lo stesso motivo. Agli inizi, chiaramente, non pensavamo neppure di riuscire a far diventare quella nostra passione un lavoro, ma abbiamo, con molta pazienza e determinazione, cercato di fare sempre delle scelte coerenti con quello che eravamo. Il nostro è stato un lavoro lungo e con non pochi problemi, ma alla fine ci siamo resi conto che i risultati che abbiamo ottenuto sul campo, suonando, sono quelli che nel tempo ci hanno fatto avere agli occhi del pubblico una credibilità che ci ha portato ad avere sempre un seguito maggiore col passare del tempo. E quando, durante i concerti, vediamo che nelle prime file ci sono ragazzi giovani, quello ci fa capire che nonostante la nostra età e il genere di nicchia siamo riusciti ad interessare anche le nuove generazioni. E questo fa ben sperare!

D: Madaski, sei anche un noto produttore, fra i più acclamati in Italia. L’anno scorso il Meeting Del Mare ha anche ospitato i Dub All Sense, forti del trascinante “Follow The Lion”, prodotto proprio da te. A quale lavoro a cui hai partecipato sotto questa veste sei più affezionato o ti ha lasciato qualcosa di importante dentro?
R: L’ultimo disco reggae da me prodotto, “Changes”, degli Eazy Skankers, è un  ottimo lavoro, tra l’altro in uscita proprio in questi giorni. In passato ho realizzato molti remixes anche per personaggi noti del music business come Franco Battiato e Antonella Ruggero, e questa  veste di remixatore mi ha dato molte soddisfazioni. Collaborare ed aiutare musicalmente gli autori è sempre comunque una  grande esperienza che serve ad arricchirti sia umanamente sia musicalmente, quindi è molto importante.

D: “Pronti per distruggere, nel nome di un falso progresso il nostro raro patrimonio per uno squallido gioco di mero interesse” cantate in “Il Movimento Immobile”. È un momento critico e fra non molto ci sarà il referendum che servirà a decidere se in Italia si costruiranno o meno le centrali nucleari. Quali sono le vostre preoccupazioni riguardo l’uso del nucleare in un Paese dove è difficile gestire la raccolta dei rifiuti?
R: Ascoltando “Il Movimento Immobile” si può facilmente intuire la nostra opinione al riguardo. Personalmente penso che l’Italia non sia assolutamente in grado di gestire delle centrali nucleari. Il nostro paese si muove con delle dinamiche molto particolari, la meritocrazia è un elemento che troppo spesso non viene preso in considerazione, lasciando invece spazio a quelli che grazie a buste o conoscenze riescono ad accaparrarsi posti anche di potere e responsabilità senza averne i requisiti. Questo è uno dei motivi che alimenta la mia sfiducia e preoccupazione nell’energia dall’atomo. Ci sono degli esempi nel mondo di situazioni che riescono a produrre energia “pulita” ed essere completamente autosufficienti, senza dover ricorrere a fonti inquinanti o pericolose. Ma il problema è sempre lo stesso: il business che detta legge su ogni cosa. Confido in questo referendum e confido nel fatto che, dopo Cernobyl e Fukushima, la gente si sia resa conto di cosa può voler dire affrontare un “incidente” nucleare.



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