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Intervista a Giancarlo Guercio, autore della commedia in tre atti “Na Zita E Na Respiacenza”

di Giuseppe Galato

In scena da questa sera fino al 29 presso il teatro di San Gaetano di Buonabitacolo alle ore 21:00 Na Zita E Na Respiacenza, commedia in tre atti scritta 15 anni fa ormai dall’allora sedicenne Giancarlo Guercio.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire cose lo spinse allora a scrivere una commedia su una Buonabitacolo degli anni ’40 e su cosa lo spinge oggi a riportare in scena quello spettacolo.

D: Hai scritto “Na Zita E Na Respiacenza”, a soli 16 anni. Com’è nata questa tua così precoce passione per il teatro e, soprattutto, per la scrittura?
R: ho cominciato a fare teatro da piccolo, con la classica recita dell’asilo. Ricordo ancora oggi le stravolgenti sensazioni che provai a 5 anni con il saggio di fine anno. Da allora ho continuato a cercare quelle emozioni e ho preso parte alle recite scolastiche delle elementari e poi delle medie. Un bisogno espressivo che mi ha portato a scrivere a 15 anni “Nu juorno re festa” e l’anno dopo la continuazione, appunto “Na zita e na respiacenza”.


D: La commedia parla della Buonabitacolo degli anni ’40: a cosa ti sei ispirato nel ricostruirla non avendola vissuta direttamente?
R: Ai racconti delle vicende passate, di aneddoti, fatti dagli anziani, non solo di famiglia. La tradizione orale mi ha sempre profondamente affascinato; negli anni mi ha permesso di approfondire sull’antropologia e sulle tradizioni, ambiti in cui spendo molte energie e con grande passione.


D: Ti venne difficile ai tempi scrivere una commedia in tre atti?
R: No, venne quasi naturale. Devo dire che, analizzandole oggi, qualche piccola imprecisione c’era, soprattutto sui tempi. Però l’impianto di scena, per essere un ragazzo di 16 anni, è davvero buono. È interessante che ad ogni atto sia affidato un messaggio, quindi tutto sommato la piece è organizzata in modo ottimale.


D: Quali erano i modelli a cui ti ispiravi allora e quali sono quelli a cui ti ispiri adesso?
R: Molto diversi! Allora avevo una conoscenza limitata, e mi sembra naturale. Mi ispiravo soprattutto a De Filippo, a Scarpetta, ma mi piacevano anche alcuni testi di autori locali come il compianto Pasquale Petrizzo, interessante commediografo dialettale, o Teresa Masullo; oggi c’è un desiderio di confronto molto profondo con testi anche sperimentali, innovativi, pur rimanendo su pilastri drammaturgici che mi entusiasmano sempre, come Pirandello, o la nuova drammaturgia napoletana.


D: Da dove nasce la voglia di riproporre quella commedia oggi, a 15 anni di distanza dall’esordio?
R: Innanzitutto dal desiderio di chi 15 anni fa era in scena, quindi dagli amici attori che mi hanno chiesto di riproporla; poi perché era stata una promessa e mi piace l’idea di riproporre questo testo perché è stato il mio battesimo artistico di cui sono fiero e a cui non ho apportato modifiche, quindi è un testo che mi piace anche oggi.


D: Hai scritto poi altro dopo “Na Zita E Na Respiacenza”? Quali altre attività hanno occupato la tua vita?
R: Ho scritto altri testi, inediti e non messi in scena, come “Tu corpo mio”, gioco appunto pirandelliano su identità confuse e folli, ma geniali. Ho fatto anche altro, mi sono occupato di recitazione e regia, anche in ambito televisivo, e sempre in televisione, partendo dalle realtà locali, ho fatto lo speaker per qualche emittente, ho condotto dei programmi, etc. Mi sono occupato e tornerò con piacere a farlo anche di didattica e ricerca nel campo dell’antropologia teatrale.


D: In questa nuova trasposizione utilizzi a livello musicale anche una taranta leccese: come mai la scelta della taranta pugliese, fondamentalmente lontana dalla nostra cultura cilentana e lucana?
R: Ho voluto curare particolarmente la scelta delle musiche perché il testo ha una coralità territoriale che ne permette una identificazione anche fuori del territorio di Buonabitacolo: i temi che si trattano hanno una universalità nel meridione d’Italia. La taranta leccese è una delle musiche: questa l’ho scelta perché  non solo mi piaceva come brano, ma perché in essa riscontro degli influssi che non sono solo pugliesi ma un po’ di tutto il sud. È molto calda e mista. E poi già in scena ad un certo punto c’è un organetto col quale si suonerà e canterà una classica serenata; ci sono anche delle tarantelle cilentane e lucane, tipo “Cume si fatta rossa” o una pastorale alla madonna di Viggiano. Insomma, un mondo, soprattutto rurale, contadino, ma pieno di tradizioni, di credenze, di solidarietà.

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