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Il Cilento, set ideale per la cinematografia di qualità: da Sophia Loren a “Benvenuti Al Sud”

di Alessa e Michela Orlando

Padula è: “C’era una volta”… ovvero Sophia Loren che non sapeva “Quanto è bello lu murire acciso”. Potrebbe essere “La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia”.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, molti cilentani cominciarono a scoprire la bellezza del cinema, spesso all’aperto. Nella fantasia di quei ragazzi che affollavano i cinema di paese, la magia scattò presto: la storia vista diveniva la realtà. Ne erano stati aperti in diversi paesi, segnando una novità di rilievo. Erano quelli collocati in piccole sale, con le sedie in legno, dure, che però si dimenticavano appena spente le luci. La maggior parte dei film erano a soggetto bellico; venne, poi, il turno degli spaghetti western. Il soggetto, tutto sommato, contava quasi nulla. Pochi attimi dopo il sopraggiungere del buio, quando le immagini scorrevano sul lenzuolo, oramai erano già tutti volati nelle storie, insieme ai protagonisti. I cilentani potevano tentare di dimenticare il peso della fatica. In seguito, esploso il cosiddetto boom economico, venne il turno dei film realizzati nel Cilento, nel Vallo di Diano.

“C’era una volta” (1967), film favolistico di Franco Rosi, con Sophia Loren e Omar Sharif, che da poco aveva spopolato nel film Il dottor Zivago. Sophia, intenso quanto mai il suo corpo, magistrale la recitazione, coraggiosa nel correre, a esempio, a  piedi scalzi sulle stoppie, vive il salto temporale, trasferendoci in una favola, nel Seicento, insieme all’attore che non mancherà di apportare un rilevante contributo di visibilità internazionale e interesse, ma la prima scelta era caduta su Marcello Mastroianni. Una occasione mancata per vedere insieme, per l’ennesima volta, la coppia più amabile della cinematografia italiana. Si può opinare che il Cilento ne sarebbe stato influenzato, se non altro per la dolcezza insita nella figura del Marcello nazionale, che tanti film ha illuminato con la sua gestualità misurata. Il film è arricchito dalla presenza di moltissime comparse selezionate a Padula e tra i paesi limitrofi.

Padula, in: “Quanto è bello lu murire acciso” (prodotto nel 1975; in qualche fonte si indica 1976, che in realtà è l’anno in cui consegue il premio Nastro d’Argento della SNGCI, quale Miglior regista esordiente), soggetto e sceneggiatura di Stefano Calanchi, Aldo De Jaco, Ennio Lorenzini, Gianni Toti, musica di Roberto De Simone, fotografia Gualtiero Manozzi (colore), protagonisti Stefano Satta Flores, Giulio Brogi, Alessandro Haber, Elio Marconato, Angela Goodwin, Bruno Corazzari, Barbara Betti, Raffaele De Luca, Filippo De Gara, Bruno Cattaneo, il regista, Ennio Lorenzini, mette mano all’episodio risorgimentale che il tempo e la tradizione hanno ammantato di valori etici e romantici: l’eccidio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini. Quel mini esercito, 347 assoldati, capeggiato da Pisacane, partito da Ponza (molti erano stati liberati dal carcere) e, sbarcato a Sapri, erano andati incontro al tragico destino. Sarebbe stato,che avrebbe, peraltro, cancellata l’idea di promuovere una insurrezione contadina contro i Borboni. Padula e lo scorcio di Vallo di Diano che si percorre andando a Sanza, fu la tomba quasi per tutti loro. L’evento, tragico e previsto da Pisacane, non smorzerà la volontà del popolo, come si può dedurre da una immagine finale in cui si vede un bracciante allontanarsi con il fucili di uno dei patrioti caduti. Altra scena significativa del finale: Pisacane è morto. Lo si vede disteso all’obitorio. È una immagine dal fortissimo impatto che evoca certamente la famosa fotografia di Che Guevara morto, ma è anche l’elemento che spiega come quella di Lorenzini sia una metafora dell’«impresa boliviana di Che Guevara, [che] i rivoluzionari scientifici deplorarono [per] tanta cecità spontaneistica [mentre] i libertari ne fecero un mito.», segnalata anche da Tullio Kezich in Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere.

Il film si segnala anche per l’alta resa della colonna sonora. Qualche nome di chi vi collaborò: Lina Sastri, Virgilio Villani della Nuova Compagnia Canto Popolare, gli esperti Tommaso Bianco e Francesco Tiano, noti artisti di strada. Potentissimo è il brano che assume il titolo da quello del film, sottolineandone i momenti più drammatici e cruenti. Si segnalano anche le note della Marinaresca, forse il più bello, e Massune e Giacubbine, la tipica tarantella ottocentesca, svelata dalla ricerca del Maestro Roberto De Simone.

La Certosa di Padula: “La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia” (1978), si nota sin dal lungo titolo la mano e l’opera di Lina Wertmüller. Il set è, dunque, la Certosa di Padula, anche gli interni, nonché altri spettacolari angoli della città che diede i natali a Joe Petrosino. La gente del posto ricorda ancora la bellezza di Candice Bergen e l’irruenza di Giancarlo Giannini in una scena girata nei pressi di un albero monumentale, nello spiazzale davanti al convento di San Francesco.

È stata, poi, la volta di alcune scene di “Il fantasma dell’Opera” (1988), regista Dario Argento, che hanno visto come set le grotte di Pertosa, note anche come grotte dell’Angelo. Il film è ispirato al romanzo di Gaston Leroux.

Recente e notissimo, invece, è il successo di “Benvenuti al sud”.

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