Dissesto idrogeologico, SR 488: il peggio non ha mai fine

Continua l’inchiesta del Giornale del Cilento sullo scandaloso stato di dissesto in cui vertono le arterie del Cilento interno.

E’ la volta della SR488 che conduce a Stio Cilento: un autentico percorso di guerra; frane e dirupi la fanno da padrone rendendo l’arteria un vero pericolo per chi è costratto quotidianamente a percorrerla. A chi le responsabilità?

Mario Tozzi in una recente intervista al Giornale del Cilento ha dichiarato “C’è un Parco nazionale che andrebbe difeso meglio, tutelato ed esteso ma siccome i presidenti vengono ‘ammazzati’ diventa tutto complicato – e conclude – C’è chi guadagna dai dissesti ed ogni metro quadrato di cemento in più sarà una nuova frana”.

Per saperne di più

Cosa si intende per ‘dissesto idrogeologico’? Si intendono tutti quei processi che vanno dalle erosioni dei singoli granuli, alle degradazioni superficiali sino ai movimenti di massa (le frane). In altre parole possiamo classificare per dissesto idrogeologico tutti i vari stadi e forme dell’erosione idrica (l’erosione diffusa e concentrata, i calanchi, le frane, l’erosione costiera, etc.), ed estendendo il concetto per un determinato territorio, possiamo includervi le alluvioni, le subsidenze indotte, le valanghe. Concludendo, possiamo definire il dissesto idrogeologico come qualsiasi disordine o situazione di squilibrio che l’acqua produce nel suolo e nel sottosuolo.

Ogni situazione naturale possiede una più o meno grande predisposizione al dissesto (cause predisponenti) che varia in funzione della litologia, della morfologia, dell’assetto strutturale. Per generare il vero e proprio dissesto occorrono una o più cause scatenanti, queste possono essere naturali (eccezionali precipitazioni, terremoti) o, molto più frequentemente, antropiche, ossia per opera dell’uomo. Le opere perturbatrici dell’uomo a loro volta possono essere classificate come dirette, come la realizzazione di una strada di montagna, il restringimento di un alveo, o indirette come, appunto, il disboscamento che innesca una serie di cause che portano al dissesto.

I fiumi contornati da foreste sono meno pericolosi. Il fiume contornato da foreste, infatti, possiede una propria sinuosità, possiede, con le proprie isole, barre e lanche, una adeguata diversità morfologica, contemporaneamente possiede anche una notevole diversità biologica permettendo in tal modo di creare le condizioni per il riparo. Infine, il fiume caratterizzato da una propria naturalità, possiede sempre aree naturalmente inondabili, aree che vengono periodicamente sommerse dalle maggiori piene e dove queste dissipano gran parte della energia in eccesso, con sicuri vantaggi sul regime idraulico dello stesso fiume.

Come operare Per operare correttamente occorre definire l’obiettivo dell’intervento, occorre quindi analizzare adeguatamente il tipo di dissesto e ricercare di conseguenza la soluzione più opportuna. Successivamente, nella esatta scelta delle tipologie di intervento é necessario rispettare il criterio di costituzione della specie vegetale, la specie vegetale da utilizzare deve essere espressione delle condizioni ecologiche locali deve quindi possedere una reale capacità stabilizzatrice e di sopportare le condizioni di un ambiente che ha subito azioni perturbatrici. Tutte queste fasi devono essere inquadrate in un progetto redatto secondo metodi e criteri capaci di considerare tutti gli aspetti previsti e orientato sempre all’obiettivo di ricostituire un ambiente ad alta e complessa valenza ecologica.

Gli interventi validi da fare contro il dissesto idrogelogico Attualmente, con gli stessi principi dettati dalle mode, alcuni soggetti presentano l’Ingegneria Naturalistica quale miracolosa pratica per la risoluzione di tutti i mali dell’ambiente. Tali pratiche sono state elaborate nei paesi nord europei (anche se sono state proprie di tutte le culture contadine). Da buoni italiani abbiamo importato le tecniche ma non le filosofie che hanno prodotto tali tecniche. La filosofia che supporta l’Ingegneria Naturalistica impone innanzitutto un nuovo modello di pianificazione territoriale, all’interno di tale pianificazione poi vanno ricercati tutti gli elementi di vulnerabilità e valorizzazione ambientale, alla fine di tale percorso le scelte gestionali ed operative saranno volte a realizzare una riqualificazione dell’ecologia nel suo insieme e non alla sua banalizzazione. Occorre quindi diffidare degli interventi di puro carattere estetico ed effimero, degli interventi che non mitigano gli impatti creati dalle attività umane, ma che li legittimano sia dal punto di vista culturale che da quello tecnico.

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