Intervista ad Hermann Nitsch: il maestro dell’Azionismo viennese ci spiega il senso più profondo del suo pensiero e della sua attività artistico-filosofica

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Il 7 e l’8 luglio la Fondazione Alario per Elea-Velia Onlus ha ospitato Hermann Nitsch, originale artista contemporaneo che concepisce l’arte come uno strumento catartico e purificatorio in grado di mettere l’individuo in contatto con il proprio essere animale, profondo e istintivo, favorendo la totale disinibizione degli impulsi primordiali e innescando l’ascesa alla spiritualità.

In due giorni di incontri, letture, video e performance, organizzati dalla Fondazione Alario in collaborazione con la Fondazione Morra di Napoli, il maestro dell’Azionismo viennese ha affrontato il tema del “Das SEIN” (Essere) soffermandosi, conseguentemente, sulla filosofia di Parmenide, il filosofo di Elea.

L’abbiamo intervistato.

D: Lei nasce come grafico pubblicitario, poi sviluppa le idee che la porteranno a concepire l’Orgien-Mysterien-Theater (il Teatro delle Orge e dei Misteri): ricorda il momento esatto in cui le è balenata in mente questa idea?
R: Io mi interesso di tutte le forme di teatro, in particolare mi interesso del teatro greco antico e delle diverse forme di religione: questo è stato in qualche modo il punto di partenza per lo sviluppo delle mie idee teatrali. Per me è stata molto importante anche l’opera di teatro totale e mi sono sempre chiesto che ruolo svolgesse la musica nel teatro greco antico. Durante il Rinascimento si è cercato di riportare in vita l’opera totale: mi riferisco in particolare all’opera di Monteverdi. Da Mozart a Strauss e a Skrjabin, si è sempre cercato di sviluppare nuovi modi di far interagire varie forme di arte che generassero sensazioni diverse. Già da quando avevo diciotto anni ho cercato di sviluppare un tipo di teatro in cui non si recitasse nel senso tradizionale del termine, ovvero non ci fossero in scena personaggi come Macbeth o un re o altri personaggi di tale natura, ma piuttosto venissero messe in scena delle situazioni reali, concrete. Non ero l’unico al mondo ad interessarsi a questo tipo di teatro: c’erano gruppi in Giappone che vi lavoravano, in America, in Germania, in Austria con i Wiener Actionisten, e in Spagna. Per me la cosa importante era appunto portare sulla scena degli spezzoni di vita concreta, degli accadimenti reali. Gli spettatori dei miei spettacoli non dovevano assistere a scene tradizionali, scene inattive se vogliamo, ma piuttosto dovevano fare un’esperienza fisica, corporea, dei profumi e degli odori, toccando, gustando e assaporando le cose.

D: Il disgusto come miccia per innescare nell’osservatore una reazione: eppure la nostra società attuale sembra quasi vaccinata verso il “disgusto”. Assistiamo giornalmente in TV a scene di guerra raccapriccianti, magari seduti a tavola e intenti a consumare tranquillamente il nostro pranzo. Allora le chiedo, come si fa a comunicare qualcosa ad una folla ormai avvezza a tali situazioni estreme?
R: In realtà, secondo me, la nostra società non ci permette di provare emozioni profonde, di penetrare a fondo il senso degli avvenimenti a livello sensoriale, corporeo, cosa che è propria appunto del sentimento del disgusto. Invece, quello che io cerco di fare con il mio teatro è proprio superare questa imposizione esterna data dalla società e dalla morale, che non ci consentono di entrare nel profondo delle cose e di percepirle a fondo. In questo senso il mio teatro vuole generare emozioni forti, che poi facciano riacquistare la capacità di provare queste emozioni anche in altri contesti. In passato il contatto con gli animali era diverso: i cacciatori erano abituati a cacciare e a scuoiare gli animali, mentre i contadini dovevano uccidere personalmente i maiali, le mucche e tutti gli altri animali che possedevano. In questo senso si aveva un rapporto diverso con la morte. Invece noi adesso andiamo al supermercato e compriamo alimenti puliti e ben impacchettati, dimenticando che anche questi alimenti erano una volta degli animali che sono stati uccisi. Io con il mio teatro voglio riportare lo spettatore ai tempi passati in cui c’era questo tipo di percezione della morte.

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D: L’ignoranza è forse il male peggiore che attanaglia questo mondo e spesso si manifesta con la censura, com’è accaduto molto spesso relativamente ai suoi lavori: perché ci si sente colpiti da un’opera d’arte mentre non ci si indigna per le ingiustizie del mondo, dalle guerre per il potere allo sfruttamento dell’essere umano e delle risorse della terra fino all’inquinamento perpetrato dalle industrie?
R: La realtà è naturalmente già di per sé piena di disgusto e di cose orribili. Il problema è che quando si mettono in discussione la società, la morale e tutte le varie forme di istituzione che dominano il nostro rapporto con la realtà, la cosa può essere molto più fastidiosa. Io però cerco ugualmente di mettere in discussione queste istituzioni proprio per dare agli spettatori maggiori possibilità di relazionarsi in maniera critica e diversa con la realtà.

D: Si legge spesso del valore sacro delle sue opere: che rapporto ha lei con la religione?
R: Io mi sono sempre interessato delle religioni, dei riti e di tutto quello che ha a che fare con la religione appunto in senso molto ampio. Il mio approccio alla religione è fenomenologico. Io cerco di confrontare le religioni. Ho un approccio in qualche modo critico alle religioni, assolutamente non dogmatico. Quello che mi interessa non è appunto il dogmatismo delle religioni ma piuttosto confrontare le varie religioni e in questo senso anche cercare di sviluppare negli altri, attraverso la mia opera, uno stesso tipo di approccio, cioè un approccio critico nei confronti delle religioni.

D: Legati a temi similari a quelli trattati nei suoi lavori ci sono due film italiani che hanno segnato la storia in maniera indelebile: “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini, dai forti significati metaforici legati anche a De Sade, e “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato, aspra critica alla società occidentale in un’escalation di violenza snuff. Li ha visti e, se sì, cosa ne pensa?
R: Innanzitutto voglio dire sono un grandissimo ammiratore di Pier Paolo Pasolini, che è stato un grande regista e un grande poeta, ma c’è una cosa che mi divide da Pasolini: io nelle mie opere non sono politico, non mi interesso di politica, che è uno dei mali peggiori del mondo. Noi veniamo governati da politici mezzi ignoranti che condizionano le nostre vite e non ci consentono di vivere la vita in maniera semplice e immediata. Nella politica non c’è sensorialità, non ci sono emozioni, e in questo senso la mia opera si distingue da quella di Pasolini perché io non mi occupo di politica, mi occupo appunto di emozioni, di tutt’altro. L’uomo dispone di una grandissima forza che però viene repressa dalle istituzioni e, per questo motivo, nascono continuamente neurosi e non c’è un sano approccio alla vita.

D: Nietzsche parlava di “morte di Dio” necessaria alla nascita del Superuomo: la “morte di Dio” può essere interpretata come l’uccidere metaforicamente le cose in cui si crede, i dogmi, siano essi religiosi, politici, scientifici e via dicendo, per dare vita ad un pensiero svincolato da ogni influenza, quindi al vero pensiero reale, un pensiero puro. Condivide questo punto di vista e, se sì, come crede si possa attuare un tale processo?
R: Naturalmente, io sono un grandissimo ammiratore di Nietzsche. Nietzsche, come noi, è vissuto in un’epoca in cui bisognava opporsi a molte cose. La “morte di Dio” è una questione certamente molto complessa. Se si pensa alla storia di Dio in relazione alla storia della coscienza dell’uomo, vediamo che ci sono state moltissime fasi: si è passati dall’animismo al credere in molti dei, all’unico Dio che ci guida, e poi nuovamente al panteismo e così via. E’ ovvio che se pensiamo alla “morte di Dio” non possiamo pensare alla morte di un vecchio con la barba: si tratta di una questione sicuramente molto complessa, soprattutto di una questione anche linguistica e filosofica. Se pensiamo alla “morte di Dio” da questo elemento può nascere anche una filosofia dell’essere.

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