Il Cilento e Ungaretti: “Viaggio nel Mezzogiorno”

di Alessa e Michela Orlando

Giuseppe Ungaretti individuò nel Cilento una meta cui dedicare parte della vita e della sua vena poetica. Il viaggio muove da Salerno. È il 12 aprile 1932. Il poeta coglie immediatamente un dramma: incentrato nella potenza del mare, suggerisce il senso di solitudine che ingenera in chi si siede e lo osserva. Anche se si sia sommersi dalla folla di un porto, in fermento. Quanto è attuale questa consapevolezza; è lampante la sua capacità di dimostrare la tendenza dell’umanità a dimenticare i pericoli, che la natura può essere matrigna. Impiega il suo tempo, Ungaretti, in scenari epici: pianura di Paestum, Agropoli, Valle dell’Alento, Elea, Punta Licosa; il Monte Stella. Siamo nel nostro Cilento. E da qui, dai luoghi geografici, va nella sua storia: Bizantini, Longobardi, Saraceni; Cicerone, Carlo V, Senofane, Parmenide. E infine l’incontro osceno, l’inevitabile impatto con dimensioni fisiche. È quello con la Natura da narrare con le sue parole poetiche: Scendendo, m’accorgo di tre ulivi: hanno il tronco corto e liscio, e, grandissime, le braccia alzate. Non sono favolosi come altri, questi ulivi, ma sembrano, fino alla cintola ancora nel sepolcro, dei morti (nel libro è scritto forti; dovrebbe essere un refuso) resuscitati che per pietà vorrebbero tornare morti. Incontro poi delle piante oscene: asparagi selvatici, giovani cardi le cui foglie increspate, variegate come da cicatrici, s’attaccano alla terra come aspirate da un bacio.

Nei periodi successivi la sua vita, nel libro, la si immagina coniugata con fatti storici e altri squisitamente poetici:  il 5 maggio 1932 è a Palinuro, nei luoghi che visitò Virgilio. È la data in cui fu pescata la testa di Apollo. Il 14 maggio 1932 è a Salerno. Il capitolo è intitolato: LA ROSA DI PAESTUM. Il 26 maggio accarezza con lo sguardo e le parole lievi Ercolano. Il 2 giugno è a Pugliano; il 17 a Pompei. Il 3 luglio 1932: è a Napoli, nella vecchia Napoli: piazza del Carmine e piazza del Mercato, dove Masaniello fece la rivoluzione. Il 19 è ancora a Napoli e scrive:

“La durezza di vivere mi prende un senso così fresco e eterno, e così naturale e degna mi sembra la condizione di combattere…

Oh! mare…

Vasàmolo int’a l’uocchie!

È un libro da salvare, questo, anche perché Giuseppe Ungaretti seppe entrare nella storia, nella cultura, nella mente dei meridionali: “Antico questo popolo lo è, non solo per il suo dialetto così profondo d’etimologie, suono e flessioni; ma per il suo attaccamento all’ispirazione panica della natura. Non ha dubbi sul mistero, e si premunisce contro la sorte invocando il miracolo. Verrà da tale natura anche la passione del giuoco? Vero è che l’ometto che se ne sta colle mani in mano a sedere su una panca di piazza Municipio aspettando il terno al lotto, dimostra di sapere – e non ha letto Pascal – quanto ci sia di casuale nella ricchezza.”

Nel sito di Alfredo Guida Editore leggiamo: “Ungaretti con Viaggio nel Mezzogiorno ci restituisce il segreto più profondo della Campania e il suo interrogarsi sul passato di quei centri significa cercare una luce sul proprio futuro. Così nei luoghi del mito virgiliano il poeta troverà quella terra promessa a lungo cercata, cogliendovi gli spunti per il proseguimento della sua attività creativa.” È ciò che abbiamo cercato nel libro; è questa l’ottica che ci interessa, giacché pone sotto i riflettori sia la Campania che l’Autore. È una visione, per usare un suo termine, “panica”, ovvero onnicomprensiva che lascia, tuttavia, la voglia di approfondire sia la terra che le genti e la loro storia.

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