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Sul dialetto locale: il “cilentano” oltre i confini storici e linguistici

di Cinzia Sapienza

Per  idioma “cilentano” si suol ritenere, nella maggior parte dei casi, “le parlate” comprese in una zona che più precisamente andrebbe definita sotto la nomenclatura di “Grande Cilento”, considerando i confini attuali. Non tutti sanno dell’esistenza di un alto e basso Cilento, o meglio, dell’ampiezza del territorio linguistico in cui orbitano una serie di dialetti tutti riconducibili all’area ascritta oggi come Cilento. Prendendo ad indagine la zona del golfo di Policastro per esporre quanto segue, diremo che questa fetta di territorio non ha tutte le caratteristiche linguistiche del “nord cilentano” che tra l’altro è anche più napoletanizzato, ma ovviamente ha degli aspetti che lo rendono conforme ad esso e che ci rendono coscienti di come queste realtà vadano studiate e rapportate a quelle più note, sentendosi tra l’altro degne di esser ritenute cilentane come addirittura accade in parte per parecchie zone della confinante Basilicata.
La storia del Cilento è notoriamente segnata da quella che un tempo veniva definita Lucania, seppur il “Cilento Antico” non ha mai avuto dominio amministrativo lucano ma ne ha condiviso parte delle vicende: se si vuol fare una giusta analisi di tutta la cultura cilentana è di conseguenza inevitabile dover tener conto di questo retroscena, e di realtà più piccole non classificabili come “cilentane” a tutti gli effetti. Ancor più calzante a tal proposito è l’esempio della città di Maratea, lucana e non appartenente alla Campania né di conseguenza al Cilento  ma che dai residenti delle zone del golfo è sentita come parte della loro terra, e non solo da loro, comprendendo il golfo stesso un’area che a Sud tocca persino la Calabria con Scalea. Linguisticamente parlando, ecco che Maratea verte su “un parlato” dalle caratteristiche calabro-lucane; intanto l’idioma marateota è sì un dialetto lucano ma da esso si discosta per grammatica e fonetica: ciò avvalorerebbe una vicinanza più al cilentano e non ai dialetti lucani. In particolare i vocalismi rendono questo dialetto quasi uno spartiacque tra lingua napoletana e lingua siciliana. La lessicologia locale si basa principalmente sul latino, ma ci sono forti influenze di osco, greco antico e spagnolo. Maratea fu fondata da popolazioni che parlavano osco, per poi passare sotto la dominazione greca e subire le stesse influenze del territorio cilentano. Alla fine dell’Impero Romano il latino perse il suo prestigio come lingua di stato ed in seguito alle varie invasioni e conquiste del mezzogiorno d’Italia da parte di bizantini, longobardi, francesi e spagnoli, la cittadina fu fortemente soggetta (in quanto scalo marittimo e presidio militare) a tutte le influenze linguistiche che queste dominazioni generavano.
Nel dialetto marateota vige il vocalismo alla greca o vocalismo siciliano, convergente sulle vocali estreme, che non ammette distinzioni tra le vocali aperte e quelle chiuse: si ha una convergenza della ī lunga, della ĭ breve e della ē lunga del latino in «i», mentre la ū lunga, la ŭ breve e la ō lunga del latino divengono una «u». La maggior parte delle parole, infatti, ha desinenza “u” o “i”, come quaccunu= “qualcuno”, focu = “fuoco”, scinnemu = “scendiamo”. Queste sono particolarità riscontrabili perlopiù negli idiomi del basso Cilento, che però non si estinguono del tutto nell’Alto Cilento, come ad esempio nella zona di Ascea che è un metà strada tra Sapri (estremo sud Campania) e la valle dell’Alento. Ne risulta che spesso per comprendere l’essenza di un qualcosa, in questo caso di una lingua, è utile confrontarla con l’altro, e nel tal caso con delle lingue afferenti.

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