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Mario Pirovano, figlioccio di Dario Fo e Franca Rame: una sera al teatro di Laurino

di Alessa e Michela Orlando

Faceva freddo quella sera a Laurino. Il tempo inclemente aveva fatto temere risvolti pericolosi all’attore che, in treno, si avvicinava alla meta. Solo, come spesso accade a chi voglia salire i pochi gradini che danno sulle tavole di un palcoscenico. È l’aspetto meno complesso e meno faticoso. Partito dall’Umbria, aveva notato il peggioramento, man mano che si avvicinava a Napoli. Stava portando in giro il Mistero Buffo, testo del Maestro Dario Fo, tra i più noti al mondo. Sapeva che sarebbe stata dura giungere al rinato teatro di Laurino, nel cuore del Cilento. Un volenteroso della associazione che curava le sorti del teatro, chiamato  a muovere i primi passi, era andato ad accoglierlo. Era cambiato tutto, in un attimo, per l’attore, grazie alla umanità di quel volto che mai aveva visto prima. Quell’attore: Mario Pirovano, figlioccio di Dario Fo e Franca Rame. Chi lo conosce bene sa che è stato un operaio emigrato a Londra ed è lì aveva potuto fare esplodere la sua passione per il teatro. Se ne andava, ormai da molte sere, a vedere il futuro premio Nobel, ad ammirare il suo grammelot, standosene a bocca spalancata. Non sfuggì al celebre attore quel volto usurato, stanco e fu lui a chiedergli se non stesse esagerando nel buttare soldi stentatamente guadagnati. Fu un colpo di fulmine. Per dieci anni Mario Pirovano ha vissuto con il Maestro Fo e ora è in condizione di portarne in giro i testi per il mondo, di tradurli, di creare altro di suo.

Chi, adesso, in questo attimo, scrivesse a Mario Pirovano, fosse anche solo per dirgli: Come va amico? Riceverebbe questa risposta (testuale):

In effetti, sono molto preso, la situazione è molto brutta per il mio lavoro, come potete bene immaginare … Devo moltiplicare le mie forze. Stò, così, lavorando a due progetti contemporaneamente.

Un progetto con il Francis The Holy Jester in Irlanda a novembre e l’altro, un progetto sul commediografo padovano del 1500, Angelo Beolco, detto Il Ruzzante, che verrà portato in Portogallo a dicembre. Come vedete non mi rimane che “l’esilio”, e meno male che posso recitare in Inglese, se no sarei spacciato! Ora vi saluto. Vi ringrazio che vi siete ricordati di me, vi prego di salutarmi (…) Un caro saluto a tutti voi. Abbracci.Mario Pirovano

Immaginare Mario Pirovano alle prese con due diversi testi, anche se lui se ne duole, per noi è un piacere. La faccenda, per il teatro, in questo momento e in generale, è questa: la crisi economica penalizza il mondo dell’arte; i teatri si svuotano, chiudono; l’autostima di autori e attori si riduce all’osso; verrebbe voglia di fuggire, di scendere da questo pianeta. C’è, però, da confidare nel fatto che chi si sia da sempre confrontato con testi complessi, difficili da tradurre, ccome sono qeullli di Dario Fo, sia capace di affrontare anche i mostri a sette teste. Così preferiamo immaginare Mario Pirovano: lo vediamo mentre indossa il mantello che lo rende imbattibile e impugna la spada; è, adesso, un eroe che, dopo gli inizi travagliati, riempie i teatri. Così vogliamo immaginare quel giovane operaio italiano emigrato che, in Inghilterra, andava ogni sera ad applaudire il Maestro Dario Fo, fino a divenirne figlioccio e acclamato interprete nel mondo.  E vogliamo, con lui, abbracciare la Cultura.

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