Case vuote, vicoli silenziosi, piazze che conservano ancora le tracce della vita quotidiana: in Campania esiste un patrimonio diffuso di borghi abbandonati che raccontano, più di ogni archivio, le trasformazioni sociali, economiche e ambientali del territorio. Dal Cilento all’entroterra salernitano, questi centri rappresentano oggi luoghi della memoria, sospesi tra degrado e nuove forme di valorizzazione.
Tra i più noti c’è San Severino di Centola, antico insediamento arroccato sulla valle del Mingardo. Le sue origini risalgono tra il X e l’XI secolo e il borgo conserva ancora le rovine del castello e delle chiese che testimoniano una lunga stratificazione storica.
L’abbandono avvenne progressivamente tra Ottocento e Novecento, quando la popolazione si spostò a valle, attratta da migliori collegamenti e condizioni di vita.
Nel cuore del Cilento interno si trova invece Roscigno Vecchia, spesso definita la “Pompei del Novecento”. Qui lo spopolamento non fu una scelta ma una necessità: le frane che minacciavano l’abitato portarono, già all’inizio del XX secolo, al trasferimento forzato degli abitanti nel nuovo centro poco distante.
Oggi il borgo conserva una struttura quasi intatta, con la piazza, la chiesa e le abitazioni contadine, diventando uno dei simboli italiani dei paesi fantasma.
Diversa ma altrettanto emblematica è la storia di Romagnano al Monte, ai confini tra Campania e Basilicata. Il centro storico fu definitivamente abbandonato dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che ne compromise la stabilità, portando alla costruzione di un nuovo abitato a pochi chilometri di distanza.
Oggi le rovine del paese, affacciate su una valle incontaminata, sono divenute meta di turismo lento e fotografico.
Accanto a questi casi più noti, esiste una costellazione di borghi minori, spesso poco conosciuti, come Apice Vecchio, evacuato dopo il terremoto del 1962, o antichi nuclei rurali nel salernitano come Sacco Vecchio e San Giovanni del Tresino, citati tra i centri disabitati della regione.
Le cause dell’abbandono variano: eventi sismici, dissesto idrogeologico, isolamento geografico, ma anche fenomeni economici come l’emigrazione e l’industrializzazione del secondo dopoguerra. In molti casi, la popolazione si è semplicemente spostata di pochi chilometri, lasciando intatti gli antichi nuclei urbani.
Oggi questi luoghi sono oggetto di crescente interesse culturale e turistico. Alcuni, come San Severino o Roscigno, ospitano musei e iniziative di recupero; altri restano testimonianze silenziose, dove il tempo sembra essersi fermato.
In Campania, questi “paesi fantasma” non sono soltanto rovine: sono archivi a cielo aperto, capaci di raccontare storie di comunità, di resilienza e di trasformazioni profonde del territorio.











