La sentenza della Corte di Cassazione che qui commentiamo, si inserisce nel solco di un orientamento ormai consolidato in materia di responsabilità professionale, offrendo tuttavia un chiarimento di particolare rilievo: non basta accertare una condotta negligente per ottenere il risarcimento, ma è necessario dimostrare in modo rigoroso il collegamento tra tale condotta e il danno subito dal cliente.
La Suprema Corte, infatti, non si pone certo a tutela del professionista negligente, né attenua il dovere di diligenza richiesto nell’esercizio delle professioni intellettuali. Al contrario, ribadisce come l’obbligazione del professionista debba essere adempiuta con la perizia e l’attenzione richieste dal caso concreto, secondo i parametri dell’art. 1176, comma 2, c.c.
Tuttavia, ciò non esaurisce il tema della responsabilità.
Il punto centrale della pronuncia riguarda l’onere probatorio che grava su chi agisce in giudizio. Non è sufficiente dimostrare l’errore o l’omissione del professionista: è indispensabile fornire la prova che proprio quella condotta abbia determinato un pregiudizio concreto e attuale. In altri termini, occorre accertare un nesso di causalità dimostrato tra l’inadempimento e il danno lamentato.
La Cassazione richiama, in tal senso, il principio del “più probabile che non”, criterio cardine nelle controversie civili, secondo cui il giudice deve valutare se, in assenza della condotta negligente, il risultato favorevole per il cliente sarebbe stato ragionevolmente conseguibile. Si tratta di una valutazione che non può basarsi su mere ipotesi o presunzioni generiche, ma deve fondarsi su elementi concreti e specifici. Questo approccio evita il rischio di una responsabilità automatica del professionista, che verrebbe altrimenti trasformata in una sorta di assicurazione contro qualsiasi esito sfavorevole. Al tempo stesso, tutela il cliente realmente danneggiato, purché sia in grado di dimostrare che il pregiudizio subito è conseguenza diretta dell’errore professionale.
La sentenza, dunque, riafferma un principio di rigore nella valutazione della condotta del professionista, ma altrettanta attenzione nella verifica del rapporto causale. Un equilibrio necessario per garantire giustizia sostanziale, evitando sia derive punitive ingiustificate, sia affrettate esclusioni di responsabilità.












