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16 Aprile 2026
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Come se non bastasse una grave malattia, mi volevano anche licenziare dal lavoro

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Come se non bastasse una grave malattia, mi volevano anche licenziare dal lavoro

L’ordinanza si inserisce in un filone giurisprudenziale sempre più attento alla tutela del lavoratore affetto da malattia, soprattutto quando l’assenza si protrae nel tempo. Il principio ribadito è chiaro: la condizione di fragilità del dipendente non può tradursi automaticamente in una perdita di diritti o, peggio, in un’espulsione affrettata dal mondo del lavoro.

La Suprema Corte richiama l’equilibrio necessario tra le esigenze organizzative del datore di lavoro e la tutela della salute del lavoratore, diritto costituzionalmente garantito. In particolare, l’ordinanza sottolinea come il periodo di comporto, ossia il tempo massimo di assenza per malattia oltre il quale il datore può procedere al licenziamento, non debba essere applicato in maniera rigida e automatica, ma valutato alla luce delle circostanze concrete.
Elemento centrale della decisione è il richiamo al principio di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto. Il datore di lavoro, infatti, è tenuto a verificare se sussistano soluzioni alternative al licenziamento, come ad esempio il possibile reinserimento del lavoratore in mansioni compatibili con le sue condizioni di salute o l’adozione di misure organizzative meno impattanti.
La Cassazione evidenzia inoltre che, soprattutto nei casi di patologie gravi o croniche, il prolungarsi dell’assenza non può essere considerato di per sé indice di inadempimento. Al contrario, esso rappresenta una situazione meritevole di particolare protezione, anche alla luce dei principi di solidarietà sociale.
Non meno rilevante è il profilo probatorio: spetta al datore dimostrare non solo il superamento del periodo di comporto, ma anche l’impossibilità concreta di proseguire il rapporto di lavoro senza pregiudizio per l’organizzazione aziendale. In assenza di tale dimostrazione, il licenziamento rischia di essere dichiarato illegittimo.

Ne esce rafforzato l’orientamento che privilegia una lettura sostanziale e non meramente formale delle norme sul rapporto di lavoro. La malattia, soprattutto quando incide in modo significativo sulla vita del lavoratore, non può essere trattata come un semplice fattore di costo, ma deve essere gestita con attenzione, equilibrio e senso di responsabilità. Un richiamo, dunque, a un diritto del lavoro sempre più umano, capace di coniugare efficienza e dignità.

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