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20 Maggio 2026
20 Maggio 2026

Educazione emotiva in Italia: consapevoli sì, ma ancora impreparati a gestire le emozioni

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Educazione emotiva in Italia: consapevoli sì, ma ancora impreparati a gestire le emozioni

C’è un dato che attraversa trasversalmente età e generi e che racconta molto più di una semplice fotografia sul benessere psicologico: in Italia si parla ancora poco e soprattutto si è ancora poco allenati a riconoscere e gestire le emozioni.

È quanto emerge dal MINDex 2026, il Barometro del Benessere Mentale degli italiani realizzato dal servizio di psicologia online Unobravo insieme a Ipsos Doxa. Un’indagine che, in occasione del mese dedicato alla salute mentale, mette al centro un tema spesso sottovalutato: l’educazione emotiva come competenza di base, ancora lontana dall’essere acquisita in modo diffuso.

Un Paese che si percepisce emotivamente consapevole, ma non lo è fino in fondo

Il paradosso è evidente soprattutto nel mondo maschile. Quattro uomini su dieci si dichiarano “molto consapevoli” delle proprie emozioni, ma solo il 15% afferma di saperle davvero gestire in modo efficace, evitando che si traducano in comportamenti impulsivi. Una distanza significativa tra percezione e competenza reale, che racconta una fragilità spesso poco riconosciuta.

Il dato si inserisce in un contesto più ampio: solo un italiano su quattro dichiara di aver ricevuto un’educazione emotiva strutturata. Eppure, oltre il 75% riconosce che quel tipo di educazione — anche quando assente o frammentaria — ha inciso profondamente sul proprio modo di relazionarsi agli altri.

Uomini e donne: due esperienze emotive ancora distanti

Il report evidenzia una dinamica interessante. Gli uomini si sentono più competenti nella gestione delle emozioni rispetto alle donne, ma sono anche quelli meno propensi a chiedere aiuto: solo uno su tre si rivolgerebbe senza difficoltà a un professionista, contro oltre la metà delle donne.

Non solo. Più del 60% degli uomini racconta di aver ricevuto un supporto emotivo in famiglia durante l’infanzia, soprattutto nel riconoscere ciò che si prova. Un dato più alto rispetto al 44% delle donne, che però non si traduce in una maggiore capacità di elaborazione emotiva o nella richiesta di sostegno psicologico quando necessario.

Secondo Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo, questa distanza affonda le radici anche nei modelli culturali: l’emotività viene ancora spesso associata a vulnerabilità e, in particolare per gli uomini, a qualcosa da contenere più che da esplorare. Il risultato è che il ricorso a un supporto psicologico arriva più tardi, quando il disagio è già strutturato.

Gen Z: tra iper-consapevolezza e difficoltà di gestione

Tra i più giovani, il quadro si fa ancora più sfaccettato. Nella Gen Z (18-29 anni) solo una donna su quattro dichiara di avere una chiara comprensione del proprio mondo interiore, mentre tra gli uomini la quota supera il 40%. Ma anche qui emerge una contraddizione: tra i giovani uomini che si dichiarano consapevoli, solo uno su dieci afferma di riuscire davvero a gestire le emozioni prima di reagire.

In questa fascia d’età cambiano anche le emozioni “più difficili” da esprimere: per i giovani uomini è la felicità a risultare meno raccontabile, mentre per le coetanee sono tristezza e rabbia a rimanere più spesso inespressi.

L’eredità educativa: il peso del “non esagerare”

Il quadro si completa guardando all’infanzia emotiva degli italiani. Solo due persone su dieci raccontano di aver avuto genitori capaci di aiutarli a dare un nome alle emozioni. Per oltre la metà, il tema veniva affrontato in modo discontinuo o minimizzato; nel 10% dei casi era addirittura scoraggiato.

Frasi come “non esagerare” o “non piangere” continuano a rappresentare un’eredità culturale ancora visibile, anche se oggi più della metà dei genitori dichiara di voler rompere questo schema, scegliendo consapevolmente di insegnare ai figli a parlare delle proprie emozioni.

Uno stigma che resiste, ma inizia a incrinarsi

Nonostante alcuni segnali di cambiamento, il 75% degli italiani considera ancora lo stigma sociale un ostacolo nel parlare apertamente di salute mentale. Solo il 9% ritiene che sia un tema davvero discusso senza filtri nella vita quotidiana.

Eppure qualcosa si muove: oltre la metà degli intervistati considera ormai il supporto psicologico uno strumento essenziale di benessere, con un picco tra le donne della Gen Z, dove si arriva al 70%.

Più che una semplice fotografia generazionale, il MINDex 2026 restituisce così un cambiamento in corso: lento, disomogeneo, ma sempre più evidente. Una transizione culturale in cui l’educazione emotiva non è più un tema “accessorio”, ma una competenza centrale per leggere sé stessi e le proprie relazioni.

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