Al largo di Punta Licosa, nei fondali che davanti a Castellabate custodiscono una delle pagine più drammatiche della Seconda guerra mondiale, riposa il Regio Sommergibile Velella. Con lui, da quella notte del 7 settembre 1943, ci sono i suoi uomini: 52 marinai mai più tornati a galla.
Non sono soltanto numeri della storia militare. Sono nomi, gradi, provenienze, vite spezzate a poche ore dall’armistizio, quando il destino della guerra stava già cambiando, ma loro non ebbero il tempo di saperlo.
A bordo del Velella c’era il comandante, il Tenente di Vascello Mario Patanè, insieme all’ufficiale in seconda Roberto Vittori e al direttore di macchina Pietro Serrat. Con loro una comunità navale composta da ufficiali, sottufficiali, sergenti, specialisti e marinai, un equipaggio eterogeneo che rifletteva l’Italia di allora.
Accanto agli ufficiali, figure come il Guardiamarina Enzo Bazzani, il Sottotenente di Vascello GN Ildebrando Bandini e l’aspirante guardiamarina Raffaele Novellini.
Poi i sottufficiali e i capi di bordo: Andrea Sessa, Giuseppe Alunni, Eudecchio Feleppa, Giovanni Campito, Vittorio Castellano, Antonino Giacalone, Luigi Menin, Marino Meoni, Giorgio Sorrentino.
E ancora i sergenti: Giuseppe Caruso, Giovanni Chiavegato, Carmelo Renzoni, Aldo Spina.
A bordo c’erano anche specialisti e marinai semplici, giovani uomini spesso poco più che ventenni, provenienti da ogni parte d’Italia: Loris Cioni, Ermenegildo Facchinetti, Saverio Festa, Carlo Gualco, Armando Maffei, Orlando Piroddi, Pietro Schiavone, Angelo Severini, Giannino Zambrini.
E poi ancora: Achille Antonini, Giuseppe Biondini, Carlo Caielli, Saverio Cazzorla, Francesco Ceretto, Renzo Cilio, Giovanni D’Asta, Aurelio Fabris, Cristoforo Fulmisi, Duilio Furlan, Salvatore Ingrassia, Smilace Leoncini, Ugo Pardetti, Pietro Rizzi, Antonio Rizza, Giuseppe Sesta, Eolo Simonetti, Giuseppe Sirugo, Doroteo Spisani, Salvatore Trapani, Luigi Venuto, Aldo Vespucci.
Sono nomi che raccontano un’Italia intera imbarcata su un sommergibile in guerra: dal Nord al Sud, dalle grandi città ai piccoli centri, uniti nello stesso destino.
La notte del 7 settembre 1943 il Velella fu intercettato e colpito nel Golfo di Salerno. Non ci furono superstiti. Da allora il sommergibile è rimasto lì, a oltre cento metri di profondità, trasformandosi nel tempo in una tomba di guerra mai ufficialmente riconosciuta come sacrario.
Oggi il Comune di Castellabate sostiene la richiesta di riconoscimento come Sacrario Militare Subacqueo della Repubblica Italiana, promossa dall’Associazione Salerno 1943, con l’obiettivo di dare una tutela formale a quel relitto e alla memoria dei suoi uomini.
Ma al di là dei percorsi istituzionali, resta soprattutto questo: un elenco di nomi che non è rimasto nel passato, ma continua a vivere nei fondali del mare cilentano.
Un equipaggio intero fermo nel tempo, davanti a una costa che da oltre ottant’anni ne custodisce il silenzio.
(Foto da hermes.campania.it)












