Prendersi cura dei gatti randagi e lasciargli del cibo o garantirgli assistenza non significa diventarne proprietari, né assumersi la responsabilità per eventuali danni causati dagli stessi.
È il principio ribadito dalla Cassazione con la sentenza commentata, destinata ad avere importanti riflessi soprattutto per le cosiddette “gattare”, da anni impegnate nella cura delle colonie feline. La Suprema Corte ha tracciato una netta distinzione tra la proprietà esclusiva di un animale domestico e la semplice attività di supporto nei confronti di animali che vivono in libertà.
Nel primo caso trova applicazione l’art. 2052 del Codice civile, che prevede una responsabilità oggettiva del proprietario o di chi si serve dell’animale per il tempo in cui lo ha in uso.
Diversa è invece la posizione di chi si limita a favorire la sopravvivenza di animali randagi, senza esercitare su di essi alcun potere di controllo o custodia. Secondo la Cassazione, offrire cibo, acqua o cure veterinarie occasionali non trasforma il volontario nel detentore dell’animale.
I gatti delle colonie feline, così come gli altri animali che vivono stabilmente in libertà, (ultimamente la cronaca televisiva ha dato clamore ai problemi creati dai piccioni), mantengono infatti la loro autonomia e non possono essere equiparati ad animali di proprietà privata. Ne consegue che il semplice accudimento non comporta alcuna responsabilità civile per i danni o fastidi eventualmente provocati dagli animali a persone o cose. Diversamente si finirebbe per scoraggiare un’attività di evidente utilità sociale, svolta quotidianamente da migliaia di volontari e spesso favorita dalle stesse amministrazioni comunali nell’ambito della tutela del benessere della fauna.
La pronuncia offre quindi un importante chiarimento giuridico: la solidarietà verso gli animali randagi non può essere confusa con la titolarità del rapporto di proprietà. Solo chi ha un effettivo potere di governo sull’animale può essere chiamato a rispondere delle conseguenze del suo comportamento. Per le “gattare” e per tutti coloro che, con spirito di volontariato, assistono gli animali liberi, la sentenza rappresenta un significativo sospiro di sollievo.
Continuare ad alimentare una colonia felina o prestare cure ad animali randagi, non significa esporsi automaticamente a richieste risarcitorie. Un principio che valorizza il ruolo del volontariato e riconosce la differenza tra il possesso di un animale e un gesto di semplice civiltà verso esseri viventi che condividono gli spazi urbani.












