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9 Agosto 2026
9 Agosto 2026

Palinuro non può più continuare a vivere di rendita | L’editoriale

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Palinuro non può più continuare a vivere di rendita | L’editoriale

C’è stato un tempo in cui, parlando di turismo di qualità in Italia ed anche oltre confini, tre nomi rappresentavano punti di riferimento indiscussi: Capri, Positano e Palinuro.

Palinuro era conosciuta come meta del turismo internazionale e domestico di alto livello, regina del divertimento, capitale della subacquea e delle esplorazioni marine, destinazione capace di attrarre giovani, famiglie e viaggiatori alla ricerca di un territorio autentico.

Quella Palinuro non nacque per caso.

 Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, dopo l’apertura del Club Méditerranée una generazione di persone intraprendenti che amava la propria terra ebbe la visione di immaginare cosa sarebbe potuta diventare ed il coraggio di investire nella ricettività turistica. Fu chiamato uno dei più noti architetti dell’epoca, il compianto Arch. Gravagnuolo, al quale vennero affidate diverse progettazioni. Furono aperti alberghi e strutture prestigiose, si crearono attività, occupazione e servizi. Palinuro costruì un’autentica industria dell’ospitalità alberghiera e divenne una delle destinazioni più importanti del turismo internazionale. E di fianco a questo sorsero ville importanti, di lusso, che continuavano a portare la firma di architetti di fama.

Poi qualcosa cambiò.

 Tra gli anni Ottanta e Novanta prese progressivamente il sopravvento un modello di sviluppo completamente diverso: alla crescita dell’industria alberghiera e delle attività turistiche fu preferita un’espansione edilizia fondata prevalentemente sulla costruzione di abitazioni, seconde, terze e quarte case e residence. 

A mio giudizio, è proprio in quella stagione che va individuato uno dei principali punti di svolta negativi nella storia recente di Palinuro. 

 La politica e le amministrazioni dell’epoca non compresero, o non vollero comprendere, la differenza tra costruire immobili e costruire una destinazione turistica, tra costruire “parchi residenziali dozzinali” e residenze prestigiose.

Un albergo aperto e competitivo non è soltanto un edificio: produce occupazione, acquista beni e servizi, promuove il territorio, porta ospiti, genera consumi e contribuisce ad allungare la stagione. 

Una casa utilizzata per poche settimane all’anno produce un impatto economico molto più limitato, ma per dodici mesi grava comunque sul territorio in termini di consumo del suolo, infrastrutture, servizi e qualità urbana.

 L’espansione delle seconde case ha certamente generato ricchezza immediata per alcuni settori e risposto a una domanda reale. Sarebbe superficiale negarlo. Ma quella convenienza di breve periodo ha avuto un costo strategico enorme: ha consumato territorio senza costruire un sistema turistico più forte, ha alimentato una crescita disordinata e ha progressivamente mortificato la ricettività alberghiera e l’economia organizzata dell’ospitalità.

 Invece di rafforzare il modello che aveva reso grande Palinuro, lo abbiamo progressivamente indebolito.

Abbiamo aumentato il numero degli immobili, ma non la capacità della destinazione di competere.

 Abbiamo moltiplicato i posti letto utilizzati per pochissime settimane, ma non abbiamo costruito nuovi mercati turistici né attratto nuovi flussi (anzi quelli che avevamo li abbiamo persi).

Abbiamo occupato territorio, ma non abbiamo creato una strategia per la destagionalizzazione. 

 Abbiamo inseguito il valore immediato del mattone, sacrificando una parte del valore economico duraturo che avrebbe potuto generare l’industria turistica alberghiera. 

 Questa scelta continua ancora oggi a pesare come una zavorra sul rilancio di Palinuro: una località congestionata per poche settimane, semivuota per gran parte dell’anno e sempre meno capace di sostenere servizi, attività commerciali e occupazione stabile.

 Non voglio attribuire responsabilità ai singoli proprietari che hanno acquistato o costruito rispettando le regole. Il problema non sono le persone. Il problema è il modello di sviluppo scelto, consentito e mai realmente corretto dalla politica locale.

 Da allora sono trascorsi almeno trent’anni, durante i quali le amministrazioni che si sono succedute non sono state capaci di elaborare una visione alternativa e accompagnare Palinuro nelle trasformazioni del turismo.

 Non è nata una strategia stabile di destinazione.

 Non sono stati organizzati e valorizzati adeguatamente il mare, le grotte, il mito, la subacquea, i sentieri e il nostro straordinario patrimonio naturalistico. Anzi se proprio vogliamo dirla tutta, le nostre risorse più preziose sono state mortificate, depotenziate, parcheggiate (chissà ancora per quanto tempo), grazie a chiusure indiscriminate e assenza di politiche di gestione, sicura e sostenibile, di tali risorse.

 Non sono state realizzate le infrastrutture necessarie. Non sono stati costruiti servizi, eventi e prodotti turistici capaci di intercettare nuovi mercati.

 Non è rimasto più nulla della Palinuro del divertimento ed i giovani di oggi ormai vanno altrove. Le attività chiuse superano di gran lunga le nuove aperture. Basta passeggiare la sera lungo il corso pedonale per rendersene drammaticamente conto.

 Non sono state create le condizioni per trattenere i giovani, attrarre competenze e favorire la nascita di nuove imprese. Si sarebbe potuto, e dovuto, creare un istituto alberghiero a Palinuro. Se ne è parlato in passato, lo ricordo bene. 

 Mentre altre destinazioni si organizzavano, investivano e crescevano, Palinuro perdeva progressivamente centralità, attrattività e capacità competitiva. 

 Una politica da sempre priva di visione, programmazione e competenze adeguate ha accompagnato — e in molti casi accelerato — questo declino. Una località che ha fatto la storia del turismo italiano è stata relegata ai margini della competizione turistica cilentana. 

 Anche noi imprenditori abbiamo le nostre responsabilità. Siamo stati spesso divisi, individualisti e incapaci di costruire una rappresentanza comune sufficientemente forte. C’è sempre stata, da parte di qualcuno, la tendenza a voler affermare la propria individualità, la propria persona, e i propri personali vantaggi, a discapito dell’interesse di tutta la categoria e della sviluppo collettivo. 

 Ma esiste una differenza che non può essere cancellata: mentre la politica ha mal gestito le risorse, e mortificato le potenzialità di un luogo straordinario non costruendo le condizioni dello sviluppo, tanti imprenditori continuano ancora a resistere ed a investire. 

 Hanno impegnato capitali propri, riqualificato le proprie attività, mantenuto posti di lavoro, pagato imposte e affrontato stagioni sempre più brevi. In tutti questi anni hanno sostenuto, spesso da soli, una parte crescente del peso economico e promozionale della destinazione.

Oggi, però, essere eroi e resistere da soli non basta più.

 La parte produttiva ha il dovere di organizzarsi, deve elaborare proposte concrete e pretendere dalla politica competenza, rigore, programmazione, trasparenza e risultati verificabili. 

 Parlo di Palinuro perché Palinuro è il principale, se non l’unico, motore turistico, commerciale e occupazionale del Comune di Centola.

 Non me ne vogliano gli abitanti del capoluogo e delle altre frazioni. Il mio non è campanilismo e ciò che dico non significa escludere Centola, Foria, San Severino e San Nicola. Significa riconoscere una realtà economica che non possiamo continuare a nascondere dietro formule di comodo o stupide contrapposizioni.

 A Palinuro si concentra la parte determinante delle attività ricettive, della ristorazione, del commercio e dei servizi turistici. A Palinuro lavorano e producono reddito anche tante famiglie che vivono nelle altre frazioni.

 Quando Palinuro perde turisti, imprese e capacità di attrazione, diminuiscono il lavoro, i consumi, il reddito e le opportunità per l’intero Comune. Questo è un fatto innegabile!

Per questo il rilancio di Palinuro deve essere assunto, senza ambiguità, come la priorità economica dell’intero territorio comunale. 

 Palinuro non chiede privilegi. Chiede investimenti, servizi e programmazione adeguati alla funzione ed al ruolo di traino che svolge, e che ha svolto negli anni, ed alla ricchezza che che può tornare a generare per tutti. 

 Un progetto serio dovrà valorizzare ogni frazione, attribuendo a ciascuna un ruolo all’interno di una strategia unitaria. Ma valorizzare tutte le comunità non significa fingere che abbiano lo stesso peso economico, la stessa funzione e le medesime necessità. 

 Palinuro è il principale motore turistico del Comune. Riaccenderlo è interesse di tutti. 

Se Palinuro riparte, può trascinare con sé l’intero territorio. Se continua ad arretrare, le conseguenze economiche e sociali ricadranno inevitabilmente su tutti e su ogni frazione. 

 Palinuro non ha bisogno, dunque, dell’ennesima promessa. 

 Ha bisogno di una nuova visione, di una classe dirigente competente e di una comunità che smetta di considerare inevitabile il declino.

Il momento di reagire non è arrivato oggi. È li che attende da almeno venti anni, se non prima. 

Da allora abbiamo continuato ad aspettare, mentre le stagioni si accorciano sempre più, le opportunità diminuiscono, le imprese chiudono, i giovani vanno via e Palinuro perde progressivamente terreno.

Abbiamo già sprecato troppo tempo. E il tempo, da solo, non cambierà nulla. 

Continuerà semplicemente a presentare il conto della nostra inerzia, finché qualcuno non avrà il coraggio di interromperla.

La domanda, quindi, non è più se sia arrivato il momento di reagire. 

 La domanda è: quanto altro tempo siamo disposti a perdere prima di farlo davvero?

 

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