«Cilento, un’afonia collettiva impedisce lo sviluppo»

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera inviata da un lettore, Massimo Calise

Non è una novità che nel Cilento non vi sia un’opinione pubblica effervescente; ad animarci, saltuariamente, è solo il gossip locale. Questa tendenza è riconfermata da alcuni fatti recenti.

Il primo. Il 4 marzo u.s. i risultati delle elezioni politiche hanno visto la Lega avanzare nel sud e nel Cilento in particolare. I cittadini attenti commentano e discutono pubblicamente i risultati elettorali anche per meglio comprendere la realtà. Nel caso specifico le posizioni, addirittura xenofobe, che la Lega ha avuto nei confronti dei meridionali, opportunisticamente accantonate nell’ultima campagna elettorale, avrebbero imposto una riflessione non solo politica. Il fatto non ha meritato, nel Cilento, né prese di posizione né pubblici dibattiti.

Il secondo. Il 2 giugno, Festa della Repubblica, quest’anno aggiungeva ulteriori spunti di riflessione a quelli tradizionali. Vi è stato un disatteso dovere morale che richiedeva una pubblica presa di posizione a difesa delle Istituzioni, nel caso specifico la Presidenza della Repubblica. Lo hanno fatto, per esempio, i Sindaci milanesi (Sindaci di Milano a sostegno Mattarella –ANSA Lombardia 29-5-2018), Cittadinanzattiva (lettera aperta del Segretario generale Antonio Gaudioso “La messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica è una sciocchezza”) e tanti cittadini in ogni parte d’Italia. Nel Cilento, silenzio.

In verità l’indifferenza per le ricorrenze nazionali, occasioni di aggregazione e riflessione, non è una novità; sarebbe necessario e utile un rinnovato patriottismo repubblicano. Tuttavia qui non intendo lamentarmi della sua assenza; semplicemente penso che il nostro territorio ha problemi seri che andrebbero contrastati con uno sforzo corale. Mi riferisco in particolare alla mancanza di lavoro e allo spopolamento.

Appellarsi a Bruxelles o Roma o imprecare contro di loro, non basta. Dovremmo, localmente, rimboccarci le maniche come fanno in tanti territori, tanti Comuni italiani a pochi chilometri da noi. Ma, per fare ciò, è necessario aggregare, dialogare, cooperare, intraprendere, progettare. Ciò richiede una comunità dinamica, capace di interrogarsi, aperta agli esempi che possono arrivare da altri luoghi, che considera la critica stimolo indispensabile per migliorarsi.

Una comunità coesa e dinamica è il presupposto indispensabile allo sviluppo che o è autoctono o non è.

La realtà è diversa. La critica disturba chi è poco incline ad attivarsi e a cambiare. Ci frena anche un tipo di orgoglio che si appiglia o al richiamo di un passato mitizzato o al vanto di tanti beni paesaggistici che la Natura benigna ci ha donato. È necessario e giusto essere orgogliosi ma per ciò che noi realizziamo, per le attività che poniamo in essere, per la vivibilità che riusciamo ad instaurare, per le iniziative culturali ed economiche create, per la lungimiranza con cui creiamo i presupposti affinché i giovani non debbano emigrare.

Non è facile, richiede tempo, volontà ed intelligenza; un modesto sacrificio per coloro che amano il proprio paese. Alla testa di questo necessario impegno ci auguriamo ci siano i politici ed amministratori che in realtà, anche per il loro ruolo, sembrano poco propensi a promuovere reali cambiamenti. Spetterebbe ai cittadini e alle loro associazioni civiche stimolarli abbandonando quell’atteggiamento passivo e conservativo che ha una lunga tradizione. In particolare vi è un ceto medio (dipendenti pubblici, professionisti, commercianti, pensionati) che, per le sue condizioni socio-economiche, più di altri avrebbe la possibilità e la capacità di interrompere quest’immobilismo. Esso dovrebbe ritrovare la voce, la passione per un impegno non episodico e assumersi il compito impopolare di rimuovere consolidate abitudini. In mancanza continueremo sterilmente a lamentarci trovando sempre chi con parole accorte saprà rassicurarci e catturare il nostro consenso, è già accaduto e, senza un nostro risveglio, è destinato a ripetersi. Ecco perché anche le festività nazionali dovrebbero essere occasioni, non per ripetere stanchi riti, ma per riabituarci al dialogo, al confronto. Un futuro migliore è possibile ma non ce lo regalerà nessuno, esso c’è già chiuso nelle nostre menti. Liberarlo è solo un atto di volontà; a volerlo compiere.

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