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Hanno ammazzato Ken Saro-Wiwa: intervista a Pierpaolo Capovilla

di Giuseppe Galato

Saro-Wiwa è ancora vivo.

All’origine furono i One Dimensional Man, poi il successo con Il Teatro Degli Orrori, i reading dedicati a Vladimir Vladimirovič Majakovskij e al poeta nigeriano già protagonista di “A Sangue Freddo” ed infine il ritorno alle origini sui palchi di nuovo con l’uomo a una dimensione: Pierpaolo Capovilla si racconta.

D: Il Teatro Degli Orrori è ormai a tutti gli effetti una delle realtà più importanti del panorama culturale italiano: “Mi dica, cosa prova in questo momento?“.
R: Sono felice come un bambino.

D: Arte e informazione: è risaputo che il tuo punto di vista sull’essere artista abbraccia sia quello che è il primario scopo di chi fa arte, e cioè fare arte, sia il “dovere” di fare informazione. Mi capita, però, di vedere persone che sembra sentano le parole, ma non le ascoltino. Addirittura ho trovato postati su profili di sedicenti fascisti alcuni brani de Il Teatro Degli Orrori. Vedo molta gente che sembra non capire le parole, e così, per fare un esempio, trovi ad un concerto dei 99 Posse ragazzini scalmanati ma che capiscono ben poco di politica. O al massimo capirà chi già la pensa in quel determinato modo. Perché accade questo e come credi si possa far fronte a questa “incomunicabilità”?
R: Negli ultimi anni, in Italia, assistiamo ad un impoverimento del linguaggio politico e dell’offerta culturale senza precedenti. Non è colpa dei più giovani. La colpa è tutta degli artisti, che non hanno quasi mai niente da dire e che artisti non sono mai stati.
L’arte non è la ricerca del bello. L’arte non è neanche lo specchio della società in cui viviamo. L’arte è e deve essere uno scalpello con cui scolpire la realtà; se non è chiaro questo concetto, allora l’arte, e la musica, non valgono un accidente.

D: Mi viene da pensare che l’aspetto principale a cui tieni è comunque quello artistico, prima che comunicativo, nelle vostre composizioni. Altrimenti, se avessi voluto arrivare alle masse, avresti fatto un altro tipo di musica. Hai mai pensato a fare il contrario, e cioè provare a “piegare” la tua arte per far arrivare il messaggio a più gente?
R: Non capisco la domanda. È fuorviante.
La musica, e le parole, de Il Teatro Degli Orrori arrivano alle masse, senza aver dovuto piegarle alle esigenze commerciali del mercato discografico. Il successo, quando e se arriva, è bello solo se diventa la cifra della bontà delle cose che fai.

D: Il ritorno dei One Dimensional Man: parlaci un po’ del tipo di approccio che avrete ora, dopo il successo che avete avuto con Il Teatro Degli Orrori e conseguente aumento di pubblico.
R: One Dimensional Man è una bomba rock che esplode ad ogni concerto.

D: Un sacco di date live con Il Teatro Degli Orrori, ora con i One Dimensional Man: ma lo trovi ancora il tempo per fare il cameriere?
R: Non più. Mi sono dimesso due settimane or sono.

D: Letteratura e poesia: due tue grandi passioni. E se la seconda la “assecondi” grazie ai testi delle tue canzoni mi chiedevo se deciderai mai di scrivere e pubblicare qualcosa in prosa.
R: Mi viene chiesto da più parti. Credo che lo farò.

D: Parlaci del reading che farai insieme a Giulio “Ragno” Favero, “Eresia Socialista/Eresia Dell’Amore”.
R: Si tratta della lettura in due atti di molteplici liriche majakovskiane, dove fra tutte spiccano “Rivoluzione: Cronaca Poetica” nellaprima parte, e “Il Flauto di Vertebre” nella seconda.

D: Quali sono le problematiche sociali che ritieni si debbano affrontare per prime attualmente?
R: Lotta senza quartiere alle sperequazioni sociali, etniche, religiose.

D: “Nel terzo mondo fanno finta di vivere in democrazie”: il terzo mondo di cui parli è quello dove viviamo noi “civilizzati”?
R: Senza alcuna ombra di dubbio.

D: Ma quanti fratelli, sorelle e figli hai (su Facebook)?
R: MIGLIAIA.

D: “Figlio mio, ci pensi, un giorno, tutto questo sarà tuo”: bella eredità.
R: Dobbiamo re-imparare a lottare e combattere per una società più giusta e solidale. Dobbiamo farlo per le generazioni future: per i nostri figli.

D: Comunisti. Fascisti. Mi sono trovato varie volte a parlare con persone che si definivano o in un modo o nell’altro e, in molti casi, ho notato che non avevano ben presente cosa significassero davvero questi due termini, quasi come se li avessero accettati come status personale quasi incondizionatamente, per presa di posizione o semplicemente per seguire una “moda”. Cosa sono il comunismo ed il fascismo e cosa significa essere comunisti o fascisti oggi?
R: Mi sembra di poter dire che il “comunismo” sia morto e sepolto. Meglio pensare a qualcosa di nuovo e moderno. Consiglio a tutti di leggere il filosofo sloveno Zizek.
Il Fascismo non è che un precipitato storico. Molti si dicono fascisti senza alcuna consapevolezza del significato del termine. Queste persone vanno convinte della bruttezza e disutilità delle idee fasciste, e non necessariamente eliminate dall’interlocuzione democratica.

D: La cultura salva il mondo: senza la cultura l’uomo non percepisce le sfumature, non concepisce cosa sia il bene e il male, non vede ciò che gli accade realmente intorno ma si ferma alle apparenze. In Italia, ed in generale nel Mondo, mi sembra sia in atto un processo imposto dall’alto di distruzione della cultura: TV spazzatura, scuole con programmi di studio sempre più striminziti, deviazione dell’attenzione degli individui dalle problematiche reali con palliativi materiali come cellulari all’ultima moda et similia. Non lo trovo molto diverso dal bruciare i libri nella Germania nazista. Anzi, lo trovo molto più cupo e spaventoso, se si pensa che nella dittatura vera sei costretto materialmente all’allineamento ma hai la possibilità psicologica di reagire, mentre nel mondo in cui viviamo noi siamo “costretti” ad una dittatura mentale che auto-accettiamo. Come si fa allora a fare cultura con chi alla cultura non è abituato?
R: Beh…. nel mio caso, scrivendo canzoni ricche di contenuto.

D: Ma cosa si può fare per cambiare le cose? Come può l’arte, la cultura, arrivare alle masse, che sono quelle che decidono i grandi cambiamenti storici, se queste stesse masse non hanno impulsi rivolti verso la cultura?
R: Guarda, per me il punto è un’altro. Non mi pongo il problema di fare la rivoluzione: mi pongo quello di lottare contro le ingiustizie ogni giorno della mia vita: è la prassi politica che rende la vita degna d’esser vissuta. Rivoluzioni, mutamenti radicali della società in cui viviamo, non sono all’orizzonte, ma questo non mi impedisce d’essere colui che voglio essere.

D: “Ci penserà qualcun’altro”?
R: No Way! Dobbiamo pensarci noi, in primissima persona.

D: Prima c’erano i sovietici. Ora ci sono gli islamici. Insomma, un “cattivo” deve esserci sempre. Ma chi sono i veri “cattivi”?
R: Le multinazionali e i loro cartelli economici, i grandi gruppi bancari, il nostro governo e la Lega Nord tutta intera.

D: “È Colpa Mia”: quali sono le colpe di Pierpaolo Capovilla?
R: Non sono stato abbastanza vigile. Io, e tutta la mia generazione, abbiamo fallito ogni obiettivo. È il momento di cambiare rotta.

D: Oltre al lato “politico” dei tuoi testi c’è anche un lato molto intimo, più strettamente legato a quella che in maniera del tutto romantica viene chiamata “anima”. E affronti in molti casi il tema dei drammi personali o interpersonali. Parli di alcool e suicidi, due possibili “vie di fuga” dai drammi personali o non strettamente personali che attanagliano l’uomo. E se per i cambiamenti sociali sembri essere convinto che l’arte come comunicazione possa fare qualcosa ti chiedo ora, invece, come si fa a fare i conti con sé stessi. Come si può guarire da sé stessi? Senza alcool, droghe o, peggio ancora, suicidi prematuri.
R: …. Occupandosi degli altri, di coloro che vivono ai confini della nostra ricchezza materiale. Con la solidarietà e con il sentimento democratico si possono fare miracoli, ma sopratutto si può vivere una vita più bella e felice.

D: Ti capita mai di fermarti, pensare a tutto, dai drammi personali alla società che attanaglia fino al Mondo che va verso la distruzione, e dire “ma chi se n’a fotte!”?
R: M. A. I.

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