La cattura e la morte di un “brigante” cilentano

di Redazione

di Angelo Gentile

Giovanni Greco fu Pietro di Alfano, già sospettato politico sotto i Borboni, partecipò alla prima grande rivolta in loro favore (luglio 1862) guidata da Giuseppe Tardio, col grado di caporale (gli altri due caporali erano Alfonso Pezzuti di Camerota e Carmine Amendola domiciliato in Alfano, i tre sergenti erano Pietro Battagliese di Alfano alias “Mulacchio”, Sabato De Vita di Cannalonga e Antonio De Mauro di Camerota alias “Ballarano”, il vice capo era Pietro Rubano alias “Ciaraolo” di Piaggine Sottane ). Furono in tanti a partecipare alla rivolta del Tardio, finanziata dal re Francesco II, 28 erano quelli che inizialmente accettarono l’impresa che conquistò 10 paesi del Cilento nell’ordine: Massicelle, Futani, Abatemarco, Foria, San Severino di Centola, Licusati, Camerota, Marina di Camerota, Lentiscosa, Celle, ove furono incendiati archivi comunali, distrutti effige di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, sequestrati fucili e fatti ricatti ai filopiemontesi il tutto sotto bandiera borbonica. Questa banda era ben numerosa, infoltita man a mano che si occupavano i detti paesi, con contadini armati di asce o di solo bastoni.

Sin dall’inizio della vita della banda Greco i componenti erano soldati sbandati dell’ex esercito del Regno delle Due Sicilie che scorrevano le campagne intorno alla zona di nascita, ove potevano avere sostegno da parenti e amici; non rientravano alle proprie case per non servire nell’esercito sardo, poi italiano, avendo prestato già il loro servizio militare o non volendo prestarlo ex nuovo nel caso di renitenti. In una situazione politica cambiata radicalmente, e con violenza, era ovvio che ci fossero persone che istigavano alla resistenza e a non arruolarsi nell’esercito unitario. Costoro venivano dalle autorità denominate “retrivi”, a cui si aggiungeva l’opera di convincimento dei religiosi attaccati al vecchio regime che li aveva sempre sostenuti e rispettati nelle persone e negli averi. C’era, poi, l’aiuto non disinteressato di tantissimi manutengoli (nel gergo poliziesco coloro che aiutavano i “briganti”) convinti dal facile guadagno in momenti di oggettiva difficoltà.

Dopo la fine delle avventure col Tardio, Giovanni Greco continuò a scorrere la campagna unitamente al fratello Pasquale (successivamente catturato) seguendo le orme di Pietro e Vincenzo Battagliese, sempre di Alfano, e del famigerato Nicola ed Apollonio Marino di Centola, non volendo accettare il nuovo re, il nuovo governo piemontese e i loro alleati massoni e liberali, quindi si nascondeva con gli altri soldati ex borbonici sbandati, vivendo ai margini del suo paese e sfruttando, per vivere, le conoscenze e le molte protezioni degli antipiemontesi e ricattando i liberali o perseguitandoli in modo violento, non escluso le mutilazioni o l’omicidio, anche punitivo.  Sue zone di dimora abituale, secondo un rapporto del generale Pallavicini, il territorio compreso tra i torrenti Lambro, Faraone, Vallone Grande ed il Mingardo. La zona di azione era, invece, più ampia arrivando a comprendere la fascia costiera da Pisciotta a Maratea e da questa sino alle pendici dei monti Iuncolo, Vaina, Cervati, Fagitella, Motola, Serra del Cretazzo, Monte Sacro, Scanno del Corvo e Bulgheria. La sua banda era in contatto stretto con quella dei centolesi ovvero Marino, “operando” per nove lunghi anni, ricercata, rincorsa da tanta truppa regolare, Guardia Nazionale, Guardie Mobili e squadriglie private, tutti incentivati dalle taglie “vivo o morto”.

Rocambolesca la cattura di Giovanni: il Sottoprefetto di Vallo della Lucania in data 25 dicembre 1869 relazionò al Prefetto della Provincia i particolari della cattura: giorni prima c’era stata la segnalazione che il Greco si nascondesse in Poderia, forse per passare le feste di Natale, fidando nelle intime fitte relazioni che aveva in loco da anni. Concertata con le numerose forze presenti nel Circondario di Vallo, l’operazione iniziò sin dal 23 dicembre: da Laurito partirono il comandante la 15^ compagnia Garitano Francesco, il sottotenente Perroni e 30 soldati di fanteria, 3 Carabinieri Reali con il brigadiere Tosi Domenico e 3 da Torre Orsaia con il brigadiere Santini Ferdinando, il sottotenente Cogno con 20 soldati di fanteria da Roccagloriosa; in tutto 61 persone si mossero in segreto o manifestando altre direzioni per sviare gli informatori/spie del capobrigante. Operazione di avvicinamento di sera e sotto la pioggia battente. La mattina del 24 dicembre, le truppe alle ore 9 circondarono il centro abitato di Poderia. Già a novembre si era perquisito, ancora una volta, il paese, inutilmente o per le false informazioni o perché le perquisizioni non erano state accurate. Questa volta l’attenzione dei brigadieri (forse già sapevano) venne attirata da una casa tenuta in usufrutto da tale Del Duca Nicola fu Antonio di Poderia ed abitata dalla sua “druda” (termine dispregiativo per indicare amante-fidanzata-moglie) Maria Domenica del Duca di Giovanni di anni 30 sempre di Poderia, ambedue sospettati di manutengolismo, anzi la donna era cugina del capobanda Greco e sorella di Anna Del Duca, “druda” di Marino Nicola altro capobanda. Su un muro esterno c’era…” una finestra che appariva murata da non molto tempo nella casa predetta” che il brigadiere Tosi di Torre Orsaia aveva notata e misurata la parete esterna e quella interna corrispondente, apparve chiaro una differenza di circa un metro e mezzo. Venne spostato il letto e i militi con le baionette aprirono un buco per guardare dentro e lì videro …” il capobanda Giovanni Greco sdraiato sopra un piccolo materazzo ed armato di revolver in atto di esploderlo”, poi depose l’arma e si arrese ”discendendo dal nascondiglio per un’apertura che comunicava con la stanza da letto della Maria Domenica del Duca”. L’identichit di Giovanni lo diceva alto 1,68, occhi castani, barba rossiccia ed alcune cicatrici sul corpo. Sul catturato furono trovati 11 napoleoni d’oro e una moneta da 100 lire. Nel nascondiglio, oltre il revolver, un fucile a due canne ed un pugnale. Il capobrigante non disse nulla sui compagni, ma solo chi gli dava viveri e ricovero: Del Duca Domenico fu Ferdinando, anni 69, del Duca Rosolina fu Ferdinando di anni 40, Del Duca Ferdinando di Domenico di anni 24, tutti contadini di Poderia. Sia il Greco che Maria Domenica, unitamente agli altri manutengoli citati, furono tratti in arresto, ammanettati e condotti a piedi verso le carceri di Vallo. Lungo il tragitto, poco prima di Massicelle, presso un ponte, il Greco lamentò il bisogno di una cavalcatura ”protestando non poter proseguire a piedi”. Nell’attesa che venisse condotta una cavalcatura mandata a prendere nel vicino paese, Greco, benché ai ferri, cercò di fuggire ”per la ripida discesa di un vallone profittando dell’oscurità della sera, ma la forza con sei colpi di fucile lo rendeva estinto, talchè la sopraggiunta cavalcatura servì per trasportarne il cadavere in questo capoluogo ove è rimasto per più ore esposto al pubblico. La tentata fuga presenta qualche dubbio dal come è stata relazionata, perché il Greco era ammanettato e circondato da numerosi soldati, perché fu colpito da sei pallottole, mentre rotolava giù per la scarpata ricca di vegetazione e al buio: forse fu un pretesto per eliminare subito e legalmente un vecchio brigante che avrebbe potuto parlare delle estese protezioni. Il Sottoprefetto chiedeva come doveva comportarsi per il premio offerto per la cattura di Greco: la Commissione Provinciale aveva stampato avvisi di taglia per 2000 lire, ma anche il generale Pallavicini ne aveva offerta una da 3000 lire. Lo stesso generale scrisse al Prefetto che si doveva pagare questo premio, che lui aveva offerto, a Saverio Cusati possidente di Celle e Luigi Speranza sindaco di Torre Orsaia avendo dato notizie diverse, ma importanti per la cattura del Greco: Speranza le aveva avute tempo prima da tale Maria Francesca Cedrola, uccisa da un manutengolo a settembre 1869, quale spia e da un’altra donna che veniva ancora usata dal Sottoprefetto per spiare i briganti, sulla cui identità lo stesso vuole mantenere il segreto per evitare guai tragici alla donna e l’impossibilità di utilizzarla per il futuro. Saverio Cusati già manutengolo aveva data l’informazione del nascondiglio al brigadiere di Centola Mauriello Gerardo che a sua volta la passò al capitano Righini del distaccamento di Centola. Il sindaco Speranza non voleva ricevere il premio, per paura di vendette da parte dei briganti ancora liberi e pericolosamente letali. Da Firenze il Ministero dell’Interno dispose il 7 febbraio 1870 di pagare un premio di 400 lire in tutto perché le segnalazioni di novembre non avevano dato risultati, infatti la casa non era stata individuata e che il manifesto prometteva da 200 a 400 lire per chiunque avesse somministrato solo notizie utili.

Altre notizie sulla lotta antiunitaria/brigantaggio nella mia ricerca “La Banda Marino: la resistenza antiunitaria nel Cilento tra conquista coloniale rivolta popolare e brigantaggio”.

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Gli altri articoli dell’autore Una novella cinquecentesca ambientata a Lentiscosa ; Capo Palinuro e Molpa, brevi cenni storici, Morigerati: tra vie istmiche, monaci basiliani e rito greco ortodossoLa nascita di Marina di Camerota; Liberazione o conquista coloniale?; La tomba del re Alarico, «e l’ipotesi della sepoltura nel fiume Bussento»

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