L’avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa e ci spiega i limiti di questa “libertà d’espressione”!
È vero, l’ingiuria non è più reato, ma non è affatto diventata lecita.
Dire a qualcuno «sei un incapace», «sei un ladro» o rivolgergli un insulto diretto, fino a pochi anni fa poteva portare davanti al giudice penale per il reato di ingiuria. Oggi la situazione è profondamente cambiata: l’ingiuria è stata depenalizzata e non costituisce più reato. Ma attenzione: depenalizzazione non significa libertà assoluta di insultare.
Prima della riforma del 2016, chi offendeva «l’onore o il decoro di una persona presente» poteva essere punito con la reclusione fino a sei mesi oppure con una multa. La pena poteva aumentare nelle ipotesi aggravate, ad esempio quando l’offesa consisteva nell’attribuzione di un fatto determinato o era commessa alla presenza di più persone.
Dal 2016, invece, l’ingiuria è uscita dal diritto penale ed è diventata un illecito civile sottoposto a sanzione pecuniaria civile.
Ed è proprio qui che emerge un equivoco frequente. La depenalizzazione riguarda l’ingiuria, non tutte le forme di offesa alla persona. Se l’espressione offensiva viene comunicata a più persone e danneggia la reputazione della vittima, può configurarsi il diverso reato di diffamazione.
Il limite diventa ancora più importante nell’epoca dei social network. Un insulto pubblicato su una piattaforma accessibile ad altri utenti non diventa automaticamente una semplice «ingiuria depenalizzata». La Cassazione ha recentemente ribadito che la pubblicazione su TikTok di un video contenente espressioni offensive può integrare diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità, anche quando la persona offesa riesca a vedere il video in diretta da remoto.
Resta inoltre fermo un principio importante: la depenalizzazione non cancella il diritto all’onore e alla reputazione. La Cassazione ha chiarito che la lesione di questi diritti può generare responsabilità risarcitoria anche quando il comportamento non costituisca più reato.
Insomma, prima l’insulto diretto poteva condurre davanti al giudice penale; oggi, in linea generale, conduce sul terreno civile. Ma se l’offesa supera quel confine, viene diffusa a terzi, attribuisce fatti lesivi della reputazione o assume determinate modalità, il rischio penale può tornare concretamente in gioco. La depenalizzazione dell’ingiuria, dunque, non ha trasformato l’offesa in un comportamento senza conseguenze: ha semplicemente spostato il baricentro della tutela dal penale al civile.












