Il Golfo di Policastro torna a mobilitarsi per difendere il Punto nascita dell’ospedale dell’Immacolata di Sapri. Dopo la sentenza con cui il Tar della Campania, il 21 settembre, ha respinto i ricorsi presentati dai Comuni contro la chiusura del servizio, cittadini, amministratori, sindacati, partorienti, mamme e rappresentanti del comitato di lotta si sono ritrovati ieri sera nell’aula consiliare del Comune di Sapri per fare il punto della situazione e decidere le prossime iniziative.
La mobilitazione non si ferma. I Comuni hanno annunciato l’intenzione di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione dei giudici amministrativi, mentre il Comitato di lotta in difesa dell’ospedale ha dichiarato lo stato di agitazione. All’assemblea hanno partecipato diversi sindaci del territorio e i rappresentanti del comitato, tra i quali il presidente, Luciano De Geronimo, insieme alle organizzazioni sindacali.
La sentenza del Tar ha respinto i ricorsi contro la delibera della Giunta regionale della Campania n. 418 del 2025, con la quale era stata disposta la riorganizzazione della rete dei punti nascita. Al centro del ragionamento dei giudici ci sono gli standard di sicurezza dell’assistenza materno-infantile e, in particolare, il volume di attività. A Sapri sono stati registrati 188 parti, un dato significativamente inferiore alla soglia di 500 parti annui indicata dalla normativa nazionale come riferimento per il mantenimento dei punti nascita.
Il Tar ha inoltre ritenuto che la sola distanza geografica da altri presidi ospedalieri non sia sufficiente, di per sé, a giustificare il mantenimento di un punto nascita con volumi inferiori agli standard. La questione della particolare conformazione del territorio e dei collegamenti con gli altri ospedali resta però uno dei principali argomenti sui quali Comuni e comitato intendono continuare a battersi.
Ed è proprio sul rapporto tra standard nazionali e condizioni territoriali che si concentra ora una parte della strategia istituzionale. Nel corso dell’assemblea è stato ribadito che la soluzione della vicenda non può essere affidata soltanto al contenzioso amministrativo, ma deve passare anche dalla politica. «La risoluzione deve passare dalla sintesi politica», è stato sottolineato.
Il sindaco di Sapri, Antonio Gentile, ha spiegato che parte dei consiglieri regionali, tra cui Franco Picarone e Corrado Matera e altri esponenti regionali, stanno cercando di costruire una mozione da condividere all’uninimità con il consiglio regionale, per dare seguito alla legge regionale che riconosceva le particolari condizioni disagiate del Golfo di Policastro e individuare una soluzione che consenta di mantenere il servizio. «Come Comuni presenteremo ricorso, ma è importante che la politica regionale faccia la sua parte. – spiega – Oggi ha la facoltà di riorganizzare il sistema sanitario di tutto il territorio regionale.
La stessa vicenda di Sapri aveva già portato, nel novembre 2025, a un primo intervento del Tar. Con l’ordinanza n. 2782/2025 il tribunale aveva sospeso gli effetti della precedente decisione regionale sulla chiusura, ritenendo meritevole di approfondimento proprio la valutazione sull’assenza del disagio oro-geografico. In quella fase il Tar aveva richiamato anche la legge regionale campana n. 11 del 22 luglio 2025, che riconosce Sapri tra le zone disagiate sotto il profilo della fruizione dei servizi sanitari.
Torsiello: «La sola notizia destabilizza le partorienti»
A difendere il mantenimento del servizio è intervenuto anche il dottore Bruno Torsiello, primario del reparto di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Sapri, che ha lanciato l’allarme sulle conseguenze che la prospettiva della chiusura può avere sul reparto e sulle future mamme.
Secondo quanto riferito nel corso dell’assemblea, la prospettiva della chiusura avrebbe già inciso sulla scelta delle partorienti di rivolgersi ad altri ospedali. Nel 2025 a Sapri sono stati registrati 188 parti, ma, spiega, il numero avrebbe potuto essere più elevato se durante la gravidanza non si fosse diffusa l’ipotesi della chiusura.
«La sola notizia della chiusura destabilizza le partorienti», è stato evidenziato nel corso dell’incontro. Soprattutto nelle prime fasi della gravidanza, la paura di arrivare al parto in una struttura destinata a non essere più operativa spingerebbe alcune donne a scegliere altri presidi.
Per il responsabile della Ginecologia e Ostetricia, dunque, la riduzione dei parti non può essere considerata soltanto come un dato numerico separato dal contesto: la stessa incertezza sul futuro del servizio può incidere sulla capacità del reparto di mantenere e incrementare il proprio volume di attività.
La sentenza del Tar, intanto, apre una nuova fase della vertenza. Da un lato c’è il ricorso annunciato al Consiglio di Stato; dall’altro la richiesta alla politica regionale di utilizzare gli strumenti normativi disponibili per affrontare la specificità di un territorio che, per conformazione geografica e collegamenti, presenta caratteristiche diverse rispetto ai grandi centri urbani.












