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«Un consiglio… in farsa. Atto unico di don Alessandro Salerno»

di Redazione

di Orazio Ruocco

Prima di passare alla rappresentazione della sceneggiata, occorrono una premessa e un preambolo. La premessa è che il nostro don Alessandro, rappresentante “prestigioso” della vita politica Camerotana negli anni a cavallo del 1900, era anche un commediografo. Non meravigliatevi! È proprio così. Personaggio davvero poliedrico. Si racconta che le sue due commedie, “Miseria e Ricchezza” e “La pacificazione” furono rappresentate dal Teatro Accademico di Camerota.

Il preambolo invece è in realtà un antefatto. Don Alessandro era Presidente del Consorzio per la costruzione della strada Camerota -Licusati – Ponte Mingardo. Nella seduta del CdA del 26/9/1903 gli viene tirato un altro tiro mancino. Il consigliere Antonio D’Andrea dichiara illegale quel CdA, illegale quel consiglio e nullo ogni suo atto. E allora, il nostro simpatico don Alessandro, così descrive quella riunione. Sembra quasi una farsa scritta dal grande Peppino De Filippo. Non mancano frecciatine, gags e battute “non senso”. Ma mettiamoci seduti … e godiamoci questa sfiziosa e divertente rappresentazione. Schhhh, silenzio! Sta per alzarsi la tela.
“” Il Sindaco Vincenzo Mazzeo, chiamato dottor Francis Thompson presiede l’adunanza assistito dal Commissario Prefettizio avv. Filippo Viafora.
Il Sindaco, agitando il campanello, dà la parola al dott. D’Andrea, il quale di bassa taglia, sale su di una sedia, ‘ngrjfa i mustacchi e sfoga la seguente orazione ciceroniana:

  • Illustre Sindaco, egregio Commissario, carissimi colleghi, io so che voi siete come io sono. Sì, lo so e lo ripeto: noi siamo la maggioranza del Consiglio Comunale. Maggioranza vuol dire potenza. Potenza, come tutti sappiamo, è la capitale della Basilicata, dunque la nostra maggioranza può benissimo chiamarsi la Basilicata e noi Consiglieri Basilischi.
    Ed il consigliere Francesco Martuscelli, interrompendo:
  • Don Antò, io sono di contrario parere, perché, quannu steva a Napoli a ponte di Tappia, sentiva chiamare porcari quelli della Basilicata.
  • Collega Martuscelli, vi prego di non chiamarmi don Antò, altrimenti potrebbero confondermi con don Antonio ‘o cecato’. Chiamatemi dottor D’Andrea Montagna perché, essendo molto comune il mio cognome alla Marina, vi ho aggiunto quello di mamma Montagna.
    E Martuscelli:
  • Va bene restiamo intesi così.
    Il Commissario prega il Sindaco di richiamare l’oratore a non divagare: si fa tardi e ognuno tiene appetito
    E il Sindaco – Compà Totò, rientra in argomento e svolgi la tua mozione contro i nostri nemici.
  • Eccomi qua, attacco subito il fuoco e vado fino in fondo. Il Gallo (don Gennaro), Sindaco del microscopico comunello di Licusati, spiegò le ali e prese il volo per la Marina di Camerota e posò in casa Mariosa (don Ferdinando), capo della minoranza. Di là, entrambi, per correre l’acqua salata, alzarono le vele, non della navicella del loro ingegno, che non hanno come noialtri, ma della barca di Giuseppe di “Cola-Cola”, e raggiunsero Policastro Bussentino. Ferroviariamente si portarono in Salerno, ove, dopo due giorni, furono raggiunti da don Alessandro, lo pseudo Presidente dell’illegalissimo Consorzio
    Ed il Sindaco compa Vincenzino, invece, pregato, minacciato, telegrafato, andò a Salerno, firmò e liquidò (la parcella).
    E Talamo Cav. Salvatore chiosa:
  • Quest’ultimo verbo è stato sempre la mia passione e l’ho sempre recitato con piacere e profitto.
    Il propinante don Antonio D’Andrea, dopo aver tracannato un bicchiere d’acqua, riprende:
  • Sono persuaso che al par di me, come da calcoli fatti, bisogna castrare di tre soggiorni a Salerno la parcella di don Gennaro Gallo; ammettere invece senza osservazioni, e per disciplina di partito, quella del nostro illustre Sindaco, benché in confidenza vi dico che i 4 o 5 giorni li passò non a Salerno, ma Scario con la famiglia. Poiché l’argomento da me trattato riguarda la consortile di Camerota, Licusati, ponte Mingardo, per associazione di idea, permettetemi toccare “a volo di uccello” (che finezza!) il mio ideale, cioè la strada di Lentiscosa, tanto desiderata, promessa e non mai avuta.
    E don Urbano Buono biascica:
  • Sempre canzonature, per trattarci da “mamozi” (persona credulona, buffa, stolta).
    Il dottor D’Andrea continua:
  • Già molti di voi sanno come me, che zio Nicola Zito e don Sinibaldo Pezzuti, facendo “marrate” a meglio a meglio, desideravano un tracciato per la Marina, onde vendere comodamente le sciuscelle a Vicienzu Larducani e la Sanza a Capurizzo. Ma noi che rappresentiamo la maggioranza di quella Frazione, e comandiamo l’intero Comune, vogliamo la strada Lentiscosa – Vavazo di Cernigliano- Gummara di Zacucco – Monastero. Qui impianteremo i pubblici uffici, le carceri …
    Ed il Commissario seccato:
  • Sig.Sindaco, le rinnovo la preghiera di richiamare il dottor D’Andrea a restringere il lungo, noioso discorso perché non posso trapazzare il mio stomaco col digiuno prolungato.
    Don Urbano Buono, in tono sempre più basso:
  • Poteva il Commissario fare prima colazione e poi venire in Consiglio.
    Il Sindaco, agitando il campanello:
  • Compà Totò, cerca di conchiudere perché io debbo ritirarmi in casa a San Giovanni a Piro.
  • Noialtri oratori, quando stiamo nel forte dell’orazione e siamo interrotti, perdiamo il filo e perciò sembriamo lunghi. Dunque dicevo … Ma dove son rimasto?
    Una voce dal pubblico:
  • All’appetito dei Lentiscosani.
  • I nostri paesani potranno rifocillarsi lo stomaco con quattro fichi d’India dello Spinarrone. – Ribatte un altro.
  • Chilli appilanu. Compà Francì. Ti ricordi quannu eramu guagliuni cumi ci appilavamu – si rivolge a Martuscelli il consigliere Giuseppe Cusati.
  • Cumpà Gaetà, e tu? –
    Gaetano Tarallo ricorda :
  • Io allo Spinarrone andavo a riempirmi la panza quando sentiva fame, eppure m’appilavano. –
  • Abbiamo pensato a tutto. Anche all’inconveniente rilevato dal collega Cusati. Quando il nostro simpatico dottor Tracchioso, novello Ufficiale Sanitario, impianterà l’Ufficio di Igiene, vi piazzerà un grosso “lavativo” automatico per spilare i condotti appilati dei Lentiscosani, i quali avranno pure il gran comodo dei cessi che, per la loro costruzione, sono servibili ai grossi mappamondi, col grave pericolo delle persone che l’hanno piccolo come me. –
    E Francesco Martuscelli ribatte:
  • La misura di quei cessi, forse, fu presa al quartiere di dietro dei monaci che l’avevano come quello di Coletta “a chiatta”. ‘
    Tra l’ilarità del pubblico, il consigliere D’Andrea riattacca:
  • Istallati tutti gli Uffici al Monastero, proporrò di chiedere alla Commissione Araldica il cambiamento dello stemma comunale poiché l’attuale, rappresentato dallo “sciaraballo”(Carro a due panche per trasporto viaggiatori tra paesi vicini) sormontato dalla corona di alloro, non ha alcuna espressione estetica, benché sia molto antico rispetto a Camerota e non a Lentiscosa. Perciò, secondo me, bisognerà attuare uno stemma che esprima l’intero Comune, cioè un “cofanaturo” con pianta di lentisco, sormontato da un panneggio di rete. E così il cofanaturo simboleggerà Camerota capoluogo, il lentisco la frazione Lentiscosa e la rete la borgata Marina. –
    I consiglieri tutti applaudiscono ed invocano la chiusura.
  • Un’ultima parola. Io mi chiamo Antonio e son divoto di Sant’Antonio, perciò mi dovete promettere che quando sarò sindaco potrò formare il mio gabinetto nella cella occupata dalla buon’anima di Frate Antonio di Cannalonga. –
    Mentre tutti rispondono affermativamente il Sindaco invita a votare per alzata e seduta la mozione di compar Totonno. Ed i consiglieri si alzano come un uomo solo, compreso il dottor Thompson
    E l’abate Addati, infine, per felicitarsi con il caro amico e collega D’Andrea si esprime in quartina:
    “O Totonno sei piccino
    ma tu sembri grande
    tanto
    che Golia il gran giganto
    è pigmeo vicino a te “.
    GIÙ LA TELA.
    … e naturalmente applausi al nostro grande commediografo Camerotano don Alessandro Salerno.



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