Il Cilento, i miti: Palinuro (parte I)

di Giuseppe Conte

Tu vedi, Palinuro: il mar ne porta
con le stesse onde, e ‘l vento ugual ne spira
 
Dopo aver parlato di “sirene”, il viaggio nei luoghi del mito accostati all’odierno Cilento fa tappa ancora una volta sulla costiera nostrana, aggrappandosi ad un lembo di terra che punge il mare: è capo Palinuro. Del resto, è cosa nota che i luoghi inseriti nelle vicende mitologiche sono quasi sempre concentrati sulla fascia costiera, essendo questa facilmente avvistabile dal mare e i suoi luoghi offrono lo scenario ideale per il fiorire di storie, leggende e i nostri miti.

Chi è Palinuro?

Palinuro è una delle emblematiche figure virgiliane che compare alla fine del Libro V dell’Eneide. Personifica il nocchiero di Enea, che finirà per essere ammagliato dal Dio Sonno e per sempre incastonato tra le spiagge dell’antica Lucania tirrena, laddove oggi sorge il promontorio denominato capo Palinuro, noto ai più per la sua incontrastata bellezza paesaggistica, storica e mitologica.

Il mito di Palinuro nel Cilento nasce proprio dalla descrizione virgiliana: di qui passò la nave di Enea, eroe sfuggito alla distruzione della sua natia Troia. Narra Virgilio di un fedele nocchiero, caduto in mare per proteggere da ire e tormenti il suo padrone, così come accordo tra Nettuno e la madre Venere. Palinuro riuscì comunque a scampare le onde del mare, ma ciò non bastò per sopravvivere. Appena mise piede in terra ferma, scambiato per un mostro venne assassinato dalle genti locali.

Per cogliere e meglio comprendere il mito di Palinuro, e prima di proseguire con una più accurata analisi storico-mitologica delle vicende del nocchiero, è necessario ripercorrere parte dello scritto virgiliano in tutte le sue forme, così come anticipato nella citazione data all’inizio di questo articolo:

[…]«Tu vedi, Palinuro: il mar ne porta
con le stesse onde, e ‘l vento ugual ne spira.
Temp’è che pòsi omai: china la testa,
e fura gli occhi a la fatica un poco,
poscia ch’io son qui teco, e per te veglio».
  Cui Palinuro, già gravato il ciglio,
cosí rispose: «Ah! tu non credi adunque
ch’io conosca del mar le perfid’onde,
e ‘l falso aspetto? A tale infido mostro
ch’io fidi il mio signore e i legni suoi?
ch’al fallace sereno, a i vènti instabili
presti fede io, che son da lor deluso
già tante volte? E, ciò dicendo, avea
le man ferme al timon, gli occhi a le stelle.
  Il Sonno allora di letèo liquore
e di stigio veleno un ramo asperso
sovra gli scosse, e l’una tempia e l’altra
gli spruzzò sí che gli occhi ancor rubelli
gli strinse, gli gravò, gli chiuse al fine.
  A pena avean le prime gocce infusa
la lor virtú, che ‘l buon nocchier disteso
ne giacque: e ‘l dio col suo mentito corpo
sopra gli si recò, pinse e sconfisse
un gheron de la poppa, e lui con esso
e col temon precipitò nel mare.
Né gli valse a gridar, cadendo, aíta;
ché l’un qual pesce, e l’altro qual augello,
questi ne l’onda, e quei ne l’aura sparve.
Né l’armata ne gio però men ratta,
né men sicura; ché Nettuno stesso,
come promesso avea, la resse e spinse.
  Era delle Sirene omai solcando
giunta agli scogli, perigliosi un tempo
a’ naviganti; onde di teschi e d’ossa
d’umana gente si vedean da lunge
biancheggiar tutti. Or sol, di canti in vece,
se n’ode un roco suon di sassi e d’onde.
Era, dico, qui giunta, allor ch’Enea
al vacillar del suo legno s’accorse
che di guida era scemo e di temone:
ond’egli stesso, infin che ‘l giorno apparve,
se ne pose al governo, e ‘l caso indegno
del caro amico in tal guisa ne pianse:
«Troppo al sereno, e troppo a la bonaccia
credesti, Palinuro. Or ne l’arena
dal mar gittato in qualche strano lito
ignudo e sconosciuto giacerai,
né chi t’onori avrai, né chi ti copra».
Eneide, Libro V (parte finale)

Il Cilento, i miti: le sirene

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