Cilento: “Cénte” e “Cinte”

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Cilento: “Cénte” e “Cinte”

Oggi come ieri, il rito processionale, segue un iter ben preciso, a cui si assommano le caratteristiche “cénte”, elemento incontestato dell’iter devozionale e presenza assidua, muto testimone del passato dei credenti.

L’origine e la storia.

Questa forma espressiva di devozione, va ricercata in tempi assai lontani e non deve limitarsi ad una visione prettamente “cristiana” ma sconfinare oltre, per addentrarsi in  epoche più primitive.

Ai tempi dell’antica Grecia prima, e nel mondo della cultura romana poi, l’affidamento agli dei era spesso elargito tramite “doni simbolici”, classificabili come perfetti antenati delle odierne “cénte”, senza, ovviamente, includere i riti sacrificali.

Oltrepassati i tempi in cui la riconoscenza veniva espressa anche tramite il sacrificio e in un’ottica più realistica dettata da un primo rudimentale momento di modernizzazione, l’elemento materiale non incisivo, prende il posto dei primitivi “doni”, offrendo ora, in segno di gratitudine un “voto materiale” “meno  sacrificato”, se mi è concesso così dire.

Se questo è il legame più antico fra offerta e sacrificio e, punto di risvolto fra le riconoscenze adottate nel lontano passato e quelle nel vicino presente, va ora ricercata la storia più moderna sulla nascita e lo sviluppo delle “cénte” come offerta devozionale.
Ed è la storia più recente di questo manufatto ad essere più complessa rispetto al passato, ma prima di stabilirne i connotati, bisogna chiarirne l’elemento di continuità che ne ha segnato il passaggio da artificio pagano a cristiano.

Da Hera a Maria. Un cambiamento radicale di questo genere, non può non essere posto come base di una simile ricerca; e per meglio coglierne aspetti e significati, bisogna tracciare un percorso pratico.
Ritorniamo all’antica Grecia, quando ad Hera Argiva, assunta a simbolo della fecondità, venivano elargiti fasti e doni.
È qui che si contempla la venerazione nel mondo antico, secondo i rituali pagani; sintetizzando, con l’avvento del cristianesimo, dopo il lungo periodo caratterizzato dal mondo latino, si passa alla venerazione cristiana di Maria, madre celeste e simbolo di castità.

Nel segno della continuità. Delineato questo passaggio, esempio portante è il santuario che si erge sulle alture del Carpazio, in agro di Capaccio, in cui fiorì la colonia di Paestum.

Nello stesso territorio, ove un tempo la venerazione era accentrata su Hera, oggi si riversa sulla Vergine Maria: la Madonna del Melograno, simbolo di fecondità, così come lo era la dea Hera.
L’estrema somiglianza iconografica tra le rappresentazioni marmoree di Hera Argiva e la bellissima statua della Vergine, pone fuori gioco ogni dubbio sulla continuità di culto e di significato.

Le “cénte” nella storia recente. Stabilito il legame con il passato e il passaggio tra antichi e nuovi rituali, bisogna ora percorrere le tappe moderne. Nel corso dei secoli, questi manufatti che arricchiscono i cortei processionali, trovano diverse interpretazioni, sia in ambito storico, sia nella memoria popolare. In effetti, la storia più recente delle “cénte”, va ricercata nella sua funzionalità e nella sua fisionomia.
  
Interpretazioni etimologiche. Diverse sono le derivazioni linguistiche associate alla “cénta”, di cui, la più nota, stranamente fortemente radicata nella tradizione locale, riconduce l’etimo a cento.
Ma tale accostamento, è assolutamente da debellare. Anzitutto per ragioni logistiche. Difficile sarebbe affermare con certezza che questi manufatti siano costituiti da cento candele: ne tale concezione è riscontrabile in gran parte di essi. Ogni struttura, detta telaio, ne contiene una diversa quantità, a secondo della capienza.
Inoltre, cento nel dialettale suona “ciento”, mentre “cénte”, che non ha un corrispondente preciso nell’idioma italiano, non combacia con questa visione.
Più verosimile sarebbe far derivare l’etimo da altre peculiarità, strettamente correlate alla loro funzione.

La “cénta”: una duplice funzione. Credo sia opinione concorde di molti, che l’etimologia della “cénta” vada ricercata altrove: secondo le caratteristiche strutturali si, ma in ragione della loro funzione. Dunque, la giusta derivazione va ricercata nella sua funzione: una funzione che, come vedremo, è duplice, se pur la stessa etimologia è estesa ad entrambe le accezioni.

Il termine “cénta”, talvolta più marcatamente “cìnta”, è un vocabolo tipico del dialetto locale ed espresso in gran parte del meridione d’Italia.

È facilmente notabile, assistendo ad un tradizionale corte processionale cilentano, che questi manufatti, limitatamente alla prima accezione che di qui a poco illustreremo, nella gran parte dei casi sfilano sul capo delle donne.
Ciò non è dettato dal caso, ma richiama una tradizione ben più radicata nella cultura locale.

Credo che il termine “cénta” e ancor più “cinta”, sia da addebitare a “cinta” intesa come “casta, pura”.
Secondo questa accezione, il legame etimologico denuncia l’evidente intendo di aver significato di “nubile” in senso più ampio; in questi termini corrispondeva al rito di affidarsi alla Madonna o ai Santi con l’augurio di rendersi madri e mogli.
Mentre, dal lato opposto, si affermano le “cénte”, simbolo della penitenza e in ragione di riconoscimento per grazia ricevuto o per chiederne una.

La forma. Alla luce di ciò, anche la forma credo sia riconducibile a tali interpretazioni. Questi “ex-voto”, hanno forme diverse: a barca, a torre, ad uovo…
La loro conformazione, di solito,  è ricondotta a ragioni territoriali; mi è capito di sentire che, la struttura “barchiforme” dovrebbe essere maggiormente presente nelle zone marine, mentre a torre o ad uovo nel resto del territorio.
In realtà, pur accettando questa concezione, mi ritrovo a fare una riflessione. Più logico sarebbe accostare la forma ad “uovo”, secondo la funzione della “cinta”, poc’anzi evidenziata; mentre le altre forme, equamente divise fra il mare e la montagna (a barca e a torre), potrebbero accostarsi alla funzione di “ex-voto” offerte come segno di riconoscimento ai volti celesti.
Nell’ascesa al Monte Gelbison, ove si venere la Madonna, i numerosi fedeli che vi accorrono da maggio ad ottobre da ogni parte dell’antica Lucania, del salernitano e delle vicine Calabrie, recano in dono “cénte” nelle più svariate forme; in questo caso si potrebbe trattare sia di questioni di provenienza territoriale, sia di ragioni interpretative.


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