Ostigliano, toponomastica rurale

di Giuseppe Conte

Lo studio dei toponimi, sfruttando la tecnica dell’etimologia e la ricognizione storica, conduce ad una mirata analisi, il cui risultato sfocia in alcune considerazioni utili alla ricostruzione della storia dei luoghi.
In questo caso, ci occuperemo dell’apparato toponomastico presente nel territorio di Ostigliano, centro situato sulle colline che fanno da corona al bacino del fiume Alento, nei pressi dell’omonimo invaso artificiale.
È necessario spendere qualche parola di premessa prima di addentrarci nel vivo della questione.
È in parte sbagliato etichettare come “rurale” l’intera toponomastica locale: le forme presenti sono abbastanza variegate. I toponimi dei fondi rurali e le zone agricole che fanno da corona all’abitato, possono essere classificati ed analizzati secondo diversi criteri. Essi sono concentrati soprattutto nel versante degradante verso le sponde dell’Alento e nella parte alta del circondario; il versante opposto, ove si adagia attualmente l’abitato, si presenta più scarno dal punto di vista “linguistico”. Complessivamente si annoverano toponimi di varia estrazione, che così ho osato ripartire, inizialmente in due macroaree: quelli di origine rurale e quelli di pertinenza storica. Al settore rurale vanno convogliati quelli appartenenti al genere dei fitonimi, ovvero quelli legati a specie arboree (granate, falascuso, fichi neri, ecc.) e quelli legati alle condizioni geografiche (balzata, cavaddino, acqua fetida, ecc.). Al secondo settore, invece, afferiscono quelli di carattere storico e storico-religioso, oltre a quelli che indicano appartenenza (monaci, aria della laura, San Vito, macchia di Martino, ecc.). 
Ho scelto di fare una sorta di campionatura, concentrando l’attenzione su due sole zone. La prima area oggetto d’indagine, è situata ad est del villaggio, sulla dorsale della collina che di li a poco si congiungerà con quella ove sorge l’agglomerato del capoluogo comunale, Perito; la seconda, si estende nelle immediate vicinanze dell’attuale struttura cimiteriale.
Nel primo appezzamento riscontriamo i seguenti toponimi: aria re la laura, cerze grosse, fico neure e falascuso. La così detta aria re la laura, ha assunto tale denominazione in tempi lontani e le tracce della sua origine si sono confuse e dissimilate nel corso dei secoli. Per tanto risulterà suscettibile l’evocazione di un’ipotesi che pur ha basi storiche accettabili. Geograficamente corrisponde a una sorta di falso-piano, un piccolo pianoro, di modeste dimensioni, che ben si prestava a quello che poteva essere il suo presunto sfruttamento ad uso agricolo-pastorale, ed era un luogo sicuro e isolato. Grazie all’interpretazione dialettale, dettata molto probabilmente da più antiche basi latine, prima ancora calcate su strati ellenistici o addirittura bizantini (lafra), possiamo dire che: la laura era un luogo ameno su cui i monaci costruivano delle capanne di legno, dove si appartavano dal mondo, rifugiandosi nella preghiera e nella meditazione. Il significato del lessema aria è di facile comprensione: uno spazio – un appezzamento di terreno in questo caso – ben delimitato.
Tuttavia, questi “contorni” ai toponimi, indipendentemente dalla loro origine, sono considerabili identificativi di ammodernamento, sorti in tempi più recenti. Ad ogni modo l’espressione laura potrebbe calzare la definizione di luogo in cui i monaci meditavano. Nella magra documentazione circa le sorti di Ostigliano, non vi si menzionano complessi dediti al culto, pertanto è da supporre che se questo luogo era frequentato da ecclesiastici, essi con molta probabilità provenivano e dipendevano da altri ordini (ed altri monasteri), ubicati in zone limitrofe, come a Gioi, allora sede si un antico “Stato”, di cui Ostigliano faceva parte.
Nella stessa zona, sono localizzati altri tre toponimi, apparentemente, tutti riconducibili alla categoria dei fitonimi: falascuso, cerze grosse e ficu neure. In realtà, come vedremo, non è cosa scontata. Proviamo ad analizzarli. Poco più a monte della località aria re la laura – in sostanza, i fondi sovrastanti quest’ultima -, sorge la zona appellata cerze grosse. Dare significato a quest’espressione è del tutto spontaneo: grandi querce, quindi luogo in cui tale pianta è presente in abbondanza e di grandi dimensioni. Del resto, appellativi del genere fitonimo, sono frequenti (nella stessa area, oltre a cerze grosse, abbiamo falascuso e fico neure), ma la denominazione attuale non è dalle origini limpidissime e per certi versi è poco attendibile. Il motivo è piuttosto semplice, dovuto a una spiegazione logica; tal espressione, pur essendo identificativa, non è distintiva. Questo perché, la quercia è si presente in questa zona, ma non è un’esclusiva, poiché cresce spontanea in tutta la zona e spesso assume grandi dimensioni. Denominare una località cerze grosse, sarebbe stato poco convenzionale. Mi viene da pensare che sia frutto di una corruzione dialettale, dovuta anche al suo tramando, avvenuto per sola via orale. L’espressione attuale, come dicevamo, potrebbe essere subentrata all’originale cieli ruossi o addirittura cieli russi, dall’ovvio significato, che letteralmente parlando è: “grandi cieli” o “cieli rossi”. Poco importa quale delle due sia da autenticare, poiché, pur modificando il significato, sta ad identificare un luogo in cui “si gode il bel panorama”: il punto in cui si scorge l’alba o più verosimilmente il tramonto e da dove lo sguardo può spaziare sia sul “Cilento Antico”, sia sui monti dell’interno e la vallata sottostante.
Lasciamo definitivamente questa zona, per addentrarci nell’altra oggetto d’indagine. Percorrendo la strada, ora asfaltata, che congiunge dette località con quelle sottostanti, incontriamo i toponimi mancuso, da cui l’italianizzato “Mancose”, che si protrae lungo la via carrozzabile, e granate, sottostante la stessa e degradante verso il bacino dell’Alento. Arrivati nella seconda zona, il primo appellativo che incontriamo è San Vito, localizzato nei dintorni della struttura cimiteriale. Esso è indubbiamente legato al culto del Santo, tra l’altro ancora evidente in paese. Si suppone che nei tempi passati, in loco vi fosse una cappella a lui dedicata. A sinistra, discendendo una mulattiera sterrata, ci imbattiamo nella macchia di Martino, di evidente derivazione onomastica. A destra, invece, si discende verso la località “acqua fetida” e, più avanti, verso la “balzata”. Questi ultimi rivendicano una chiara appartenenza a quei toponimi legati alle condizioni del territorio. Le “balze” della collina, adattate alle colture, hanno dato origine alla bauzata, mentre una pozza di acqua stagnante, alla denominazione di acqua feteta. Proseguendo ancora, a destra è possibile raggiungere il cavaddino, anch’esso legato alle condizioni geografiche, e difatti si presenta come una sella fra le sponde di due valloncelli. Raggiunto invece, il campo sportivo, creato negli ultimi lustri del secolo scorso, ci addentriamo in località Santo Simone, e più avanti in quella denominata monaci, riconducibile alle stesse motivazioni date per “laura”.



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