In occasione della Giornata Mondiale della Natura, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/68/205 e celebrata il 3 marzo, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene con una riflessione strutturata sullo stato della biodiversità in Italia, chiedendo un cambio di paradigma: la tutela del patrimonio naturale deve diventare fondamento giuridico, politico ed economico delle scelte pubbliche.
Secondo il Coordinamento, il tema non può essere confinato alle sole politiche ambientali, ma deve entrare stabilmente nella pianificazione territoriale, nella programmazione economica e nella rendicontazione della finanza pubblica.
Un patrimonio biologico tra i più ricchi d’Europa
L’Italia si conferma tra i Paesi europei con la maggiore ricchezza biologica: oltre 61mila specie animali e più di 10mila specie vegetali, con un tasso di endemismo particolarmente elevato. Circa il 20,65% delle piante vascolari si trova esclusivamente sul territorio nazionale e oltre mille specie vegetali sono limitate a una sola regione.
Una ricchezza legata alla varietà climatica e geografica che va dalle Alpi all’area mediterranea, dall’Adriatico al Tirreno e allo Ionio. Tuttavia, osserva il CNDDU, questo patrimonio non si traduce in condizioni uniformi di conservazione.
Le analisi più recenti indicano infatti che oltre la metà delle specie protette dalla Direttiva Habitat presenta uno stato di conservazione “sfavorevole o inadeguato”, segnale di misure ritenute ancora insufficienti a invertire le tendenze di declino, in particolare nelle aree interne e negli ecosistemi mediterranei.
Il ruolo delle regioni e delle aree protette
Il Coordinamento richiama l’attenzione sulla dimensione regionale come livello decisivo di intervento. Nei parchi dell’Appennino centrale – come il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise – convivono specie mediterranee, eurasiatiche e adattamenti montani che rappresentano un vero e proprio indicatore biologico dello stato di salute dei territori.
Nelle regioni alpine, la presenza di specie forestali come il Fagus sylvatica segnala la continuità di ecosistemi plurimillenari, mentre lungo le coste mediterranee e nel Mezzogiorno la pressione antropica su habitat fragili pone sfide specifiche e urgenti.
Il sistema nazionale delle aree protette comprende oltre 2.600 siti della rete Natura 2000, per un totale di circa 8,1 milioni di ettari tutelati tra terra e mare. Un impegno significativo che, secondo il CNDDU, resta tuttavia ancora insufficiente rispetto agli obiettivi fissati dalla Strategia europea per la Biodiversità 2030.
Natura, diritti e sviluppo
La biodiversità – sottolinea il Coordinamento – non è soltanto una questione ecologica. È una infrastruttura economica invisibile che sostiene servizi ecosistemici essenziali: impollinazione, regolazione delle risorse idriche, fertilità dei suoli, stoccaggio del carbonio. La loro erosione comporta costi diretti e indiretti per le economie regionali e incide sulla qualità della vita.
Per questo il CNDDU propone di superare la logica degli “oneri ambientali esternalizzati” e di riconoscere il capitale naturale come voce di valore nei bilanci pubblici. Tra le proposte avanzate: definire “obblighi di dovuta conservazione” per le amministrazioni regionali, introdurre indicatori di performance ambientale vincolanti e rafforzare la coerenza tra diritto costituzionale, norme europee e strumenti di economia pubblica.
L’obiettivo dichiarato è integrare la tutela della natura nelle politiche fiscali, nella valutazione ambientale strategica e negli appalti pubblici, promuovendo una governance ambientale più organica e misurabile.
Oltre la contrapposizione ambiente-sviluppo
Nel messaggio diffuso per la ricorrenza del 3 marzo, il Coordinamento invita a superare la tradizionale contrapposizione tra ambiente e crescita economica. La protezione della biodiversità, si legge, deve essere riconosciuta come precondizione del rispetto dei diritti fondamentali: diritto alla salute, all’acqua, a un ambiente salubre e alla sicurezza alimentare.
Una prospettiva che lega tutela della natura, giustizia sociale e sostenibilità economica, chiamando in causa istituzioni, territori e comunità educanti in un percorso condiviso e verificabile nel tempo.











