La nuova edizione della Mappa dell’Intolleranza 9, realizzata da Vox Diritti, fotografa un ecosistema digitale in cui il discorso d’odio non solo persiste, ma si evolve diventando sempre più strutturato, pervasivo e difficile da intercettare.
Tra le principali evidenze emergono fenomeni come la crescita di forme di deumanizzazione, la presenza di pattern ricorrenti di viralizzazione e dinamiche che suggeriscono l’esistenza di vere e proprie reti di amplificazione dell’hate speech. Un sistema che, secondo la ricerca, contribuisce a moltiplicare la portata dei contenuti ostili in modo non casuale ma organizzato.
Il progetto, attivo dal 2016, monitora e analizza i discorsi d’odio sulla piattaforma X in Italia. L’edizione 2025 si basa su un corpus di circa 2 milioni di contenuti raccolti tra gennaio e novembre, di cui il 56% classificato come negativo, un dato sostanzialmente stabile rispetto al 57% dell’anno precedente. Un elemento che conferma la natura strutturale del fenomeno nel dibattito digitale.
La ricerca è realizzata dall’Osservatorio italiano sui diritti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, coinvolgendo il Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale, il Dipartimento di Informatica “Giovanni Degli Antoni” e il centro di ricerca Human Hall, con il contributo dell’agenzia The Fool.
Le tre novità della Mappa 9
Rispetto alle precedenti edizioni, lo studio introduce tre nuove linee di analisi:
- Viralizzazione dell’odio: i contenuti ostili non si diffondono in modo spontaneo, ma seguono schemi ricorrenti che indicano la presenza di reti strutturate capaci di amplificarne la diffusione.
- Deumanizzazione: analizzata come meccanismo linguistico e cognitivo, mostra come l’“altro” venga progressivamente privato della sua umanità attraverso strategie lessicali ricorrenti e riconoscibili.
- Forme dirette e indirette dell’hate speech: quasi il 46,68% degli stereotipi emerge in forma indiretta, attraverso ironia, allusioni e generalizzazioni implicite, spesso difficili da intercettare dai sistemi automatici di moderazione.
Il nodo della misoginia
Uno dei dati più rilevanti riguarda l’odio contro le donne: apparentemente in calo, ma in realtà sempre più normalizzato. La ricerca evidenzia come il linguaggio misogino si sia trasformato in un repertorio diffuso e quotidiano, meno esplicito ma più pervasivo.
Significativo anche un altro elemento: il 43% dei contenuti misogini è prodotto da account femminili, dato interpretato come possibile effetto di dinamiche di auto-oggettivazione e interiorizzazione degli stereotipi.
Le donne e la diffusione dell’odio
Il report evidenzia inoltre un paradosso: le donne producono una quota minoritaria di contenuti d’odio, ma questi generano in media più interazioni rispetto a quelli maschili, risultando quindi più efficaci nella diffusione.
Reti e amplificazione
Secondo la ricerca, l’odio online non si distribuisce in modo casuale: la sua circolazione sarebbe legata a cluster ricorrenti di account e a meccanismi di amplificazione concentrata. Lazio e Lombardia risultano le aree con maggiore incidenza di contenuti virali geolocalizzati.
Deumanizzazione e linguaggio
La deumanizzazione emerge come elemento strutturale del discorso d’odio: su oltre 26mila tweet analizzati, è presente in più di un terzo dei contenuti. Le forme variano per categoria, con picchi nell’abilismo e nella xenofobia, dove il linguaggio assume spesso caratteristiche di “biologizzazione” o “animalizzazione” dell’altro.
Antisemitismo
In crescita anche i contenuti antisemiti, che passano dal 27% al 29%. Le espressioni più ricorrenti si concentrano sulla dimensione politica del termine “sionista”, spesso associato a verbi fortemente violenti.
La Mappa dell’Intolleranza 9 restituisce quindi l’immagine di un ecosistema digitale in cui l’odio non è episodico, ma strutturato, adattivo e sempre più difficile da riconoscere. Un fenomeno che non riguarda solo il linguaggio, ma le dinamiche profonde della comunicazione online contemporanea.












