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2 Settembre 2026
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Gatti, memoria e intelligenza: quanto conosciamo davvero la mente felina?

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Gatti, memoria e intelligenza: quanto conosciamo davvero la mente felina?

Ricordano dove hanno trovato il cibo, riconoscono voci familiari, imparano a risolvere problemi e modificano il proprio comportamento sulla base dell’esperienza. Dietro lo sguardo apparentemente impassibile di un gatto domestico si nasconde una capacità cognitiva molto più articolata di quanto per lungo tempo si sia pensato.

La ricerca scientifica sulla mente felina è però relativamente giovane. Rispetto ai cani, i gatti sono stati studiati meno a lungo e con un numero inferiore di esperimenti. Una revisione della letteratura scientifica sulla cognizione del gatto sottolineava già la presenza di studi su percezione, memoria, permanenza degli oggetti, discriminazione di quantità e tempo, riconoscimento delle vocalizzazioni umane, comunicazione e legame con le persone, evidenziando però anche quanto restasse ancora da conoscere.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la memoria.

Ricordare anche un’esperienza unica

Nel 2017 un gruppo di ricercatori giapponesi ha studiato la capacità dei gatti di utilizzare informazioni acquisite durante una singola esperienza. Gli animali venivano sottoposti a un semplice compito legato all’esplorazione e al cibo. I risultati hanno indicato che i gatti erano in grado di recuperare informazioni relative al “che cosa” e al “dove” di un’esperienza precedente, anche quando quell’esperienza era avvenuta una sola volta.

È un risultato interessante perché suggerisce che la memoria felina non sia limitata alla semplice associazione ripetuta tra uno stimolo e una ricompensa.

Ma c’è una precisazione importante. Gli scienziati parlano di memoria “episodica-like”, cioè simile per alcuni aspetti alla memoria episodica umana. Non è possibile stabilire, attraverso un test comportamentale, se un gatto riviva consapevolmente un ricordo come fa una persona. Questa distinzione è fondamentale quando si parla di capacità cognitive negli animali.

Il gatto che risolve problemi

La memoria non è l’unica capacità che interessa i ricercatori.

Uno studio pubblicato nel 2024 ha analizzato la capacità dei gatti domestici di risolvere un problema attraverso un’apposita “puzzle box”, nella quale gli animali dovevano compiere un’azione per ottenere una ricompensa alimentare.

Su 86 gatti coinvolti nell’esperimento, 24 riuscirono a risolvere il compito. I ricercatori hanno inoltre osservato una relazione tra socializzazione nei confronti dell’uomo e capacità di affrontare il problema: i gatti più socializzati avevano maggiori probabilità di risolverlo e tendevano a farlo più rapidamente. Anche l’età risultava associata alle prestazioni, con gli adulti più giovani più propensi a risolvere il compito rispetto agli adulti più anziani.

Il risultato non significa che esista una classifica universale dell’intelligenza animale. Un test di questo tipo misura infatti soltanto determinate capacità e può essere influenzato dalla motivazione dell’animale, dalla sua esperienza e dal modo in cui è stato socializzato.

Indipendenti, ma non indifferenti

Un altro luogo comune riguarda il rapporto tra gatti e persone.

Il gatto viene spesso descritto come un animale completamente indipendente, capace di fare a meno dell’uomo. La ricerca suggerisce una realtà più sfumata.

Uno studio condotto su 14 gatti domestici ha osservato il comportamento degli animali dopo periodi differenti di separazione dai proprietari. Quando il periodo di separazione era più lungo, al ritorno del proprietario i gatti mostravano un aumento delle interazioni sociali. Gli autori hanno interpretato il risultato come un’indicazione del fatto che il proprietario rappresenti una componente importante dell’ambiente sociale dell’animale.

Non significa che tutti i gatti sviluppino lo stesso tipo di rapporto con le persone. La personalità individuale conta molto.

La ricerca ha infatti individuato differenze consistenti nei tratti comportamentali dei gatti domestici, tanto da aver portato gli studiosi a elaborare modelli per descriverne la personalità.

Un’intelligenza diversa dalla nostra

La difficoltà, quando si studia la mente di un animale, è evitare di interpretare ogni comportamento attraverso categorie esclusivamente umane.

Un gatto non deve necessariamente ricordare, ragionare o imparare nello stesso modo di una persona per possedere capacità cognitive sofisticate. La sua intelligenza si è sviluppata anche in relazione alle esigenze della specie: esplorare l’ambiente, individuare prede, riconoscere pericoli, orientarsi nello spazio e gestire rapporti sociali.

Per questo gli esperimenti sulla cognizione animale cercano di misurare comportamenti osservabili, evitando di attribuire automaticamente agli animali stati mentali che non possono essere verificati.

È proprio questa prudenza che rende interessante la ricerca sulla mente felina: sappiamo sempre più cose, ma sappiamo anche quanto ancora resta da scoprire.

La mente di un animale ancora poco studiato

Un ulteriore campo di ricerca riguarda l’invecchiamento cerebrale.

Uno studio pubblicato nel 2026 ha confrontato caratteristiche strutturali del cervello di gatti e di esseri umani, analizzando dati di risonanza magnetica relativi a 52 gatti e 446 persone. Gli autori stanno utilizzando il gatto anche come possibile modello per comprendere alcuni aspetti dell’invecchiamento cerebrale. Nella popolazione felina studiata non sono emerse evidenze di una sindrome da disfunzione cognitiva, pur sottolineando i limiti degli strumenti diagnostici disponibili.

Anche questo settore è ancora in evoluzione. Nei gatti anziani possono comparire cambiamenti nel comportamento, nel sonno, nell’apprendimento e nella memoria, ma distinguere il normale invecchiamento da una vera patologia cognitiva rimane una delle sfide della medicina veterinaria.

Quello che sappiamo e quello che ancora non sappiamo

La domanda iniziale, dunque, non ha una risposta semplice.

I gatti possiedono capacità di apprendimento e memoria documentate sperimentalmente. Possono utilizzare informazioni acquisite in precedenza, affrontare alcuni problemi e modificare il comportamento sulla base dell’esperienza. Possono inoltre costruire relazioni significative con gli esseri umani.

Ma dire che un gatto è “intelligente” non significa che possieda una mente umana in miniatura.

La vera scoperta, forse, è proprio questa: la mente felina non deve essere misurata soltanto sulla base di quanto assomiglia alla nostra. Deve essere studiata per quello che è.

E dietro un animale che sembra passare gran parte della giornata a dormire, osservare dalla finestra o ignorare deliberatamente il proprio padrone, la scienza sta scoprendo un sistema cognitivo capace di imparare, ricordare, scegliere e adattarsi.

Quanto sia complessa quella mente, però, è ancora una domanda aperta.

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