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Il culto di San Biagio nella tradizione demoetnoantropologica e storica locale

di Vince Esposito

Con l’avvicinarsi della festività liturgica di San Biagio, Santo martire venerato nella Chiesa parrocchiale dell’Assunta, a Casal Velino, nella mia mente si affollano ricordi di bambina, che delineano sensazioni e momenti dai contorni sfocati, ma sempre vivi nel mio cuore di giovane donna! Ricordo la fretta e l’ansia di raggiungere un paesino che nel mio immaginario di bambina, un immaginario dove spazio e tempo sono coordinate insignificanti, sembrava così lontano, pur distando solo pochi chilometri da casa mia! Ricordo la Chiesa, la sua atmosfera incantata e soffusa, l’odore corposo dell’incenso, il rumore della cera che bruciava, il calore delle poche candele accese! Ricordo di aver dovuto tenere alto lo sguardo e sollevato il capo per farmi ungere la gola con l’olio benedetto e, forse per paura di infrangere la sacralità di quel gesto, non mi toccai il collo per tutta la serata, determinata ad aspettare che l’olio si asciugasse da solo!
Ma nel frattempo profumavo di olio… L’aria, la gente, il paese profumavano di olio! Un profumo di olive, di terra bagnata, di sole, di lavoro, di allegria, di semplicità: il profumo della storia della mia terra, la storia dei Cilentani! Una storia che parla di tradizioni, di religiosità, di amore: la storia di un’anima!
S. Biagio, martire cristiano del IV secolo, era un medico armeno divenuto vescovo di Sebaste, città dell’Asia Minore, dove morì in seguito alle numerose torture inflittegli per ordine dell’imperatore Licino. Il Santo è patrono di Maratea (PZ), che ne conserva le reliquie, giunte in città dall’Oriente nel 732, quando la nave che le trasportava, sorpresa da una tempesta, si arenò al largo dell’isolotto di S. Janni.
S. Biagio è invocato per qualsiasi malattia legata alla gola, poiché nella memoria religiosa e popolare è ricordato il suo miracolo della spina, ossia il prodigio da lui operato della guarigione di un ragazzo a cui era rimasta una lisca di pesce nella gola. Pertanto, nel giorno della solenne festività del Santo, che ricorre il 3 febbraio, i fedeli osservano l’usanza di recarsi in Chiesa per farsi ungere la gola con l’olio benedetto. 
Il culto di S. Biagio è diffuso in diversi paesi del Cilento, in particolare a Casal Velino, dove nella Chiesa parrocchiale dell’Assunta, e precisamente nella cappella della seconda navata, è presente la statua lignea dorata ed argentata a mezzo busto del Santo, patrono e protettore del paese.
Interessante a tal proposito è la descrizione del cappellone e della festa di S. Biagio da parte di don Fausto Mezza, abate di Cava:
“La cappella di S. Biagio che è come il santuario della Parrocchiale di Casalvelino, si apre sulla navata sinistra, al terzo posto entrando… Il venerato simulacro del Santo Patrono è a mezzo busto, scolpito in legno e rivestito, tranne il volto e le mani, di argento cesellato con dorature a fuoco. Assai commovente è l’annuale rito, che ha luogo ai primi Vespri del Santo, la sera del 2 febbraio: mentre il predicatore dal pulpito invita il Santo protettore a voler scendere in mezzo ai suoi devoti, i sacri ministri, già parati pei Vespri, si recano alla cappella del Martire, e dopo aver incensato l’argenteo busto, lo portano processionalmente all’altare maggiore, facendosi largo a stento tra la fitta calca del popolo che, levando le braccia verso il suo prodigioso Patrono, non si stanca di gridare tra le lacrime: Grazia, S. Biagio, grazia! E grazie innumerevoli sparge a piene mani l’amabilissimo Santo ai suoi fedeli di Casalvelino, come se ne riscontra memoria a testimonianza in ogni famiglia. Ma la grazia più insigne che S. Biagio ha elargito a questo popolo è lo spirito di fede e di vera religiosità che lo anima e che ne ha formato sempre il carattere e la personalità”.
Mentre M. D. Scorrano, nel Calendario Celendano, frevaro 1993, scrive: “Li casalicchiari tèneno tando na revozione a stò Sando ca quanno so li 3 re frevaro ca se face la festa, li casalicchiari ca se trovano sparsi ppe tutta l’ Italia fanno fuoco e fortuna ppe se truvà lu juorno re la festa. Vèneno gende ra tutti li paisi vicini, la sera re la vigilia se vasa la reliquia”.
Il culto di S. Biagio rivive anche in alcuni proverbi e consuetudini popolari. Nel giorno della festa del Santo, ad esempio, ricorre l’obbligo di preparare le polpette, in ottemperanza al detto: “Quann’è San Biasi se gratta lo ccaso, chi nne tene nne gratta e chi no se l’accatta”. Un altro proverbio, invece, recita: ”Quann’è S. Biagio, l’ammenna trase”, poiché con l’allungarsi delle ore diurne il contadino, potendo dedicare più tempo al lavoro dei campi, avverte l’esigenza di consumare una merenda tra i pasti principali.
Concludo con una frase di Giuseppe Ungaretti, che mi sembra assai rappresentativa dell’anima del Cilento a cui accennavo in apertura. Lo scrittore, trovandosi a Pioppi nella primavera del 1932, descrisse così i Cilentani:
“Ho fatto questa esperienza, anche avvicinando persone di umili condizioni: non entrano nei fatti vostri; vi rivolgono di rado la parola, ma non perché timidi o privi d’eloquenza, ma perché assenti in propri pensieri. Ma basta che esprimiate un desiderio, ed eccoli farsi a pezzi per accontentarvi: lo fanno per inclinazione a farsi benvolere, e mi pare ormai civiltà assai rara. Terra ospitale, terra.

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