L’Italia è tra i Paesi europei più avanzati nell’economia circolare, ma resta fortemente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento delle materie prime. È il quadro che emerge dall’8° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e dal Circular Economy Network, in collaborazione con ENEA.
Nel 2024 il 21,6% dei materiali utilizzati in Italia proveniva da materiali riciclati e reimmessi nell’economia, la percentuale più alta tra i Paesi dell’Unione europea. La media Ue si è fermata al 12,2%. Il dato italiano è confermato anche da Eurostat, secondo cui nel 2024 l’Italia si è collocata al terzo posto nell’Ue per tasso di utilizzo circolare dei materiali, dopo Paesi Bassi e Belgio.
Il rapporto attribuisce all’Italia un indice complessivo di circolarità pari a 65 punti, che la colloca al secondo posto nell’Ue. Il Paese presenta inoltre una produttività delle risorse di 4,7 euro per chilogrammo, contro una media europea di 3 euro per chilogrammo tra le grandi economie dell’Unione.
Anche sul fronte dei rifiuti i numeri evidenziano una forte capacità di recupero: secondo il rapporto, nel 2023 l’Italia ha riciclato l’85,6% dei rifiuti gestiti, rispetto a una media europea del 41,2%.
L’economia circolare, quindi, non riguarda soltanto la gestione dei rifiuti. Il concetto comprende anche la possibilità di mantenere più a lungo materiali e prodotti all’interno del sistema economico, riducendo la necessità di estrarre nuove risorse.
La dipendenza dall’estero
Il quadro cambia però quando si guarda all’approvvigionamento delle materie prime. Il 46,6% delle materie prime trasformate in Italia proviene dall’estero, contro una media Ue del 22,4%. Tra le grandi economie europee, la Spagna registra il 39,8%, la Germania il 39,5% e la Francia il 30,8%.
Secondo il rapporto, nel 2025 la spesa italiana per l’importazione di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un incremento del 23,3% rispetto al 2021, nonostante una diminuzione dei volumi complessivi importati. Per metalli come nichel, rame e acciaio, il costo è aumentato del 18% e queste categorie rappresentano circa il 40% del valore complessivo delle importazioni di materiali.
Perché la circolarità conta
Aumentare il ricorso a materiali riciclati significa ridurre, almeno in parte, la necessità di estrarre e importare nuove materie prime. Eurostat definisce il circular material use rate come la quota di materiali riciclati e reimmessi nell’economia rispetto all’utilizzo complessivo dei materiali. Un valore più elevato indica quindi un maggiore ricorso a materie seconde in sostituzione delle materie prime vergini.
A livello europeo, nel 2024 il tasso medio di utilizzo circolare è stato del 12,2%, il valore più alto registrato finora. L’obiettivo fissato dal piano d’azione europeo per l’economia circolare è arrivare al 23,2% entro il 2030, raddoppiando il valore del 2020.
La sfida delle materie prime strategiche
La questione non è soltanto ambientale, ma riguarda anche la sicurezza degli approvvigionamenti. Il rapporto sottolinea come le tensioni geopolitiche e le restrizioni alle esportazioni di alcune materie prime critiche possano aumentare la vulnerabilità dei sistemi produttivi.
Tra gli esempi riportati figurano la forte dipendenza europea dalle importazioni di roccia fosfatica e la concentrazione della produzione mondiale di magnesio: secondo i dati del rapporto, l’82% della roccia fosfatica utilizzata nell’Ue proviene dall’estero, mentre la Cina rappresenta l’88% della produzione mondiale di magnesio.
Dalle “miniere urbane” ai nuovi prodotti
Per ridurre questa dipendenza, il rapporto individua nella maggiore valorizzazione delle cosiddette “miniere urbane”, cioè i materiali contenuti nei prodotti e nei rifiuti già presenti nelle città, una delle possibili direttrici di sviluppo.
Fonti: ENEA/Circular Economy Network












