L’abbaiare è un comportamento naturale del cane: serve a comunicare, segnalare pericoli, esprimere disagio o semplicemente richiamare l’attenzione. Quando però diventa continuo o particolarmente intenso, può trasformarsi in un problema per il vicinato e, nei casi più gravi, avere rilievo legale. In Italia la materia è regolata sia dal Codice civile sia dal Codice penale, oltre che dai regolamenti comunali e condominiali.
Quando l’abbaiare diventa “intollerabile”
Il primo riferimento normativo è l’articolo 844 del Codice civile, che disciplina le cosiddette “immissioni” (rumori, fumi, odori) provenienti da una proprietà e dirette verso un’altra. La norma stabilisce che tali immissioni non devono superare la “normale tollerabilità”, valutata caso per caso dal giudice, tenendo conto del contesto (zona urbana o rurale, orari, durata e intensità del rumore).
Non esiste quindi una soglia fissa in decibel valida in ogni situazione. A fare la differenza sono la frequenza e la persistenza dell’abbaiare, specialmente nelle ore notturne o in contesti particolarmente silenziosi. Se il rumore supera la normale tollerabilità, il vicino può chiedere al giudice civile di ordinare la cessazione del disturbo e, se dimostra un danno, anche il risarcimento.
Profili penali: quando scatta il reato
Sul piano penale il riferimento è l’articolo 659 del Codice penale, che punisce il “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”. Perché si configuri il reato, l’abbaiare deve essere tale da disturbare un numero indeterminato di persone, non soltanto un singolo vicino. È il caso, ad esempio, di un cane che abbaia in modo continuo in un condominio o in una zona densamente abitata, incidendo sulla quiete pubblica.
La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha più volte chiarito che non è necessario dimostrare una perizia fonometrica: possono bastare testimonianze attendibili che descrivano un disturbo costante e diffuso. Tuttavia, se il fastidio riguarda solo un appartamento confinante, la questione resta generalmente in ambito civile.
Il ruolo del regolamento condominiale
Nei condomini, oltre alla legge statale, contano i regolamenti interni. È importante distinguere tra regolamento “contrattuale” (approvato all’unanimità o richiamato nei singoli atti di acquisto) e regolamento “assembleare”.
Un regolamento contrattuale può contenere limitazioni più stringenti sulla presenza o gestione degli animali domestici. Tuttavia, dal 2012, l’articolo 1138 del Codice civile stabilisce che le norme condominiali non possono vietare il possesso di animali domestici nelle unità immobiliari. Ciò non esclude però l’obbligo di evitare comportamenti che disturbino gli altri condomini.
Cosa può fare il vicino infastidito
Prima di arrivare alle vie legali, la soluzione consigliata è sempre il dialogo. Spesso il proprietario non si rende conto del problema, soprattutto se il cane abbaia in sua assenza. Se il confronto non basta, si può inviare una diffida formale e, nei casi condominiali, coinvolgere l’amministratore.
Se il disturbo persiste, il vicino può:
- agire in sede civile per chiedere la cessazione delle immissioni intollerabili;
- presentare un esposto alle autorità (polizia locale o carabinieri) se ritiene integrato il reato di cui all’art. 659 c.p.
Le responsabilità del proprietario del cane
Il proprietario è responsabile del comportamento dell’animale. Se l’abbaiare eccessivo dipende da stress, solitudine o cattiva gestione, può essere opportuno rivolgersi a un educatore cinofilo o a un veterinario comportamentalista. Intervenire non è solo una scelta di buon senso, ma anche una forma di tutela legale.
Equilibrio tra diritti
La legge italiana tutela sia il diritto a detenere animali domestici sia il diritto al riposo e alla quiete. La chiave sta nel principio di equilibrio: l’abbaiare occasionale rientra nella normale convivenza, quello continuo e invasivo può diventare illecito civile o, nei casi più gravi, penale.




