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1 Aprile 2026
1 Aprile 2026

Perché i ragazzi di 16 anni non hanno mai visto la nazionale italiana ai Mondiali di calcio

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Perché i ragazzi di 16 anni non hanno mai visto la nazionale italiana ai Mondiali di calcio

Il calcio non è loro. Non è nostro. E’ di proprietà del tempo!

L’Italia è uscita dal Mondiale contro la Bosnia. Ancora una volta.
Terza esclusione consecutiva. Un fatto che, da solo, dovrebbe bastare per azzerare tutto e costringere chi governa il sistema a farsi da parte. Perché qui non siamo più davanti a una delusione sportiva, a una serata storta o a una generazione meno forte delle altre. Qui siamo davanti al fallimento di un intero modello. Un fallimento storico, strutturale, politico, culturale. 

E allora va detto con chiarezza: il calcio non è la Figc.
Non è di Gravina.
Non è dei dirigenti che si alternano nei palazzi.
Non è di chi occupa poltrone, si autoassolve, rinvia le responsabilità e tratta ogni disfatta come se fosse una fatalità.

Il calcio è dei tifosi.
Della gente.
Di chi lo rende vivo.
Di chi si alza all’alba per una trasferta in Serie D.
Di chi consuma ferie, benzina, soldi, voce, tempo e salute per stare dietro a una maglia.
Di chi piange per una retrocessione in Eccellenza come per una finale persa.
Di chi porta i figli allo stadio.
Di chi cresce in un campetto spelacchiato di periferia o di provincia con un pallone mezzo sgonfio e un sogno enorme.

Il calcio è appartenenza.
È identità.
È dialetto, quartiere, paese, curva, rivalità, memoria.
È il nonno che ti racconta una partita del ’68 come se fosse ieri.
È la radiolina.
È il pullman per seguire la squadra.
È il ragazzino che impara a perdere, a cadere, a rialzarsi.
È la domenica che aveva un senso, un ordine, un rito.

E invece da anni questo patrimonio viene amministrato da chi lo considera soltanto una filiera economica.
Un contenitore.
Un prodotto da spacchettare, rivendere, sterilizzare, sorvegliare, monetizzare.

Ed è qui che nasce il disastro.

Perché la verità è che il calcio italiano non è crollato ieri sera in Bosnia.
È crollato lentamente, un pezzo alla volta, negli ultimi vent’anni.
È crollato ogni volta che si è preferito il marketing alla formazione.
Ogni volta che si è scelto il consenso di palazzo al coraggio delle riforme vere.
Ogni volta che si è pensato più a governare il sistema che a salvare il calcio.

Oggi ci raccontano slogan facili:
“la pirateria uccide il calcio”,
“la violenza negli stadi allontana le famiglie”.

No.
È troppo comodo così.
Troppo facile.
Troppo accomodante.

La pirateria non uccide il calcio quanto lo uccidono scelte scellerate, miopi, arroganti.
Lo uccide una classe dirigente che continua a parlare come se il problema fossero sempre gli altri: i tifosi, le curve, Internet, il contesto, i giovani che non hanno pazienza.
Mai loro.
Mai chi decide.
Mai chi sbaglia da anni senza pagare davvero nulla.

Il punto è che in Italia il calcio è stato consegnato a un blocco di potere che non lo rappresenta più.
Procuratori, intermediari, dirigenti, televisioni, sponsor, apparati, organi federali, strutture decisionali lontanissime dalla pancia del pallone.
Un sistema che ormai sembra esistere per proteggere se stesso, non per rigenerare il movimento.

I procuratori sono diventati uno snodo troppo potente.
Non semplici agenti: spesso veri registi dei processi.
Orientano carriere, impongono tempi, influenzano mercati, costruiscono narrazioni, decidono convenienze.
Il ragazzo non cresce più secondo un’idea tecnica o educativa: cresce secondo una valorizzazione economica.
Non ci si chiede più che calciatore può diventare, ma quanto può valere, quanto può rendere, dove può essere parcheggiato, quando può essere spostato.

E così il calcio smette di essere scuola e diventa vetrina.
Smette di essere appartenenza e diventa transazione.
Smette di essere percorso e diventa esposizione.

Poi ci sono i settori giovanili, che dovrebbero essere la radice di tutto.
E invece troppo spesso diventano il luogo in cui si pretende il risultato prima della crescita, la tattica prima della tecnica, la struttura prima del talento. La stessa Figc, proprio nelle ultime settimane, ha ammesso che in Italia c’è stato un eccesso di attenzione a tattica e risultati rispetto allo sviluppo tecnico individuale, lanciando un nuovo progetto per il calcio giovanile. Una confessione implicita: se oggi si interviene così, vuol dire che ieri si è sbagliato tanto. 

Il problema non è aprirsi al mondo.
Il problema è smettere di avere una direzione.
Il problema è perdere il senso del campionato italiano come luogo in cui si formano, si proteggono e si fanno maturare anche i calciatori italiani.
Le Primavere, i vivai, i percorsi intermedi: tutto sembra spesso pensato per inseguire il meccanismo, non per costruire identità tecnica.
E intanto ci stupiamo se manca il ricambio generazionale, se non emergono più fuoriclasse, se l’Italia produce meno personalità, meno fantasia, meno calciatori di strada.

Anche il tema delle seconde squadre, quelle B, va guardato senza ipocrisie.
La federazione le ha normate e ne consente la presenza in Serie C, fissando regole precise di partecipazione e di integrazione negli organici. È una scelta ufficiale del sistema, non un’eccezione. 

Poi c’è il Var, presentato come la rivoluzione che avrebbe dovuto cancellare gli errori e rendere il calcio finalmente giusto. Ma non è andata così.
Gli errori non sono stati azzerati, anzi: spesso sono diventati ancora più discussi, più analizzati, più divisivi. Perché oggi non si contesta solo l’arbitro, ma un intero processo fatto di interpretazioni, immagini, protocolli e decisioni prese davanti a un monitor che non sempre chiarisce, ma spesso complica.

E nel frattempo si è perso qualcosa di ancora più importante: il ritmo, l’immediatezza, l’istinto del gioco. Ogni esultanza è sospesa, ogni gol è accompagnato da un’attesa, ogni episodio viene congelato.

Il calcio si è rallentato, si è spezzato, si è trasformato in una sequenza di pause e verifiche che hanno abbassato il tempo effettivo di gioco e tolto spontaneità allo spettacolo. Doveva essere uno strumento al servizio del calcio, è diventato troppo spesso il contrario.

Ma il punto non è solo regolamentare.
Il punto è simbolico, culturale, identitario.

Perché la Serie C, per tantissime piazze, non è un laboratorio di servizio per i club di A.
È storia, sangue, campanile, appartenenza, chilometri, rivalità feroci, domeniche vere.
È un calcio magari imperfetto, ma autentico.
Inserirci squadre nate soprattutto per far giocare calciatori di proprietà altrui significa cambiare il significato stesso di quel campionato.
Vuol dire dire a tante città: la vostra passione vale meno del bisogno di sviluppo interno dei grandi club.
E questo, al di là delle ragioni tecniche, è uno strappo culturale enorme.

Poi c’è il tema del controllo.
Del calcio trasformato in un ambiente da regimentare più che da vivere.

Articolo 9.
Tessera del tifoso.
Biglietto nominale.
Trasferte vietate.
Settori chiusi.
Procedure preventive per striscioni e bandiere.
Sospetto permanente.

L’articolo 9 del decreto del 2007 disciplina proprio le prescrizioni per emissione, distribuzione, vendita e cessione dei titoli di accesso alle gare; la tessera del tifoso è stata poi presentata dalle istituzioni come strumento per agevolare l’accesso alle trasferte, ma dentro un quadro di filtraggio e controllo che negli anni ha accompagnato la vita del tifoso italiano. 

Ora: nessuno nega che l’ordine pubblico sia una questione seria.
Nessuno difende la violenza.
Nessuno può pensare che tutto sia lecito.

Ma qui il punto è un altro: in Italia troppo spesso si è scelto di affrontare il problema della sicurezza svuotando l’esperienza dello stadio, restringendo, limitando, vietando, comprimendo.
Come se la passione fosse un fastidio da amministrare.
Come se il tifo organizzato fosse sempre e solo una minaccia.
Come se la soluzione fosse rendere gli stadi sempre più simili a spazi freddi, sorvegliati, sterilizzati.

E invece il tifo è parte dello spettacolo.
Lo produce.
Lo alimenta.
Lo rende unico.
Senza colori, senza bandiere, senza torce, senza cori, senza identità di curva, il calcio perde una parte enorme della sua anima.
Diventa un prodotto audiovisivo, non più un rito popolare.

E qui entra il nodo del business televisivo.
Uno dei più grossi.

La Lega Serie A ha assegnato i diritti domestici fino al 2029 a DAZN e Sky; il pacchetto attuale prevede che DAZN abbia tutte le partite, con 7 in esclusiva, mentre Sky ne trasmette 3 a giornata. 

Questo significa una cosa molto semplice per il tifoso: per seguire davvero il calcio devi frammentarti, rincorrere piattaforme, abbonamenti, offerte, dispositivi, finestre orarie.
Non esiste più il rito lineare.
Esiste la distribuzione industriale dell’attenzione.

Le partite sono state spezzettate in più slot, nel tempo.
Il campionato non si concentra più: si diluisce.
Si allunga.
Si spalma.
Serve a tenere l’utente connesso, pagante, disponibile. Il tema dello “spezzatino” era già stato formalizzato con l’idea di 10 partite in 10 orari differenti e, negli anni, l’organizzazione delle finestre televisive è andata proprio nella direzione della frammentazione. 

Il risultato è devastante sul piano culturale.
Perché il calcio non scandisce più la settimana delle persone: la occupa in modo diffuso, compulsivo, commerciale.
Non ti chiama più a un appuntamento collettivo: ti tiene legato a una piattaforma.
Non ti fa vivere una domenica: ti vende un flusso continuo.

E questo non è neutrale.
Perché un calcio che si gioca sempre è un calcio che deve essere consumato sempre.
Un calcio che deve essere raccontato sempre.
Un calcio che deve produrre discussione, polemica, mercato, gossip, indiscrezione, contorno, riempitivo.
Ed è così che la narrazione sportiva si abbassa, si sporca, si deforma.

Troppo spesso il calcio viene ormai raccontato non per ciò che è, ma per ciò che vende:
il calciomercato infinito,
la polemica quotidiana,
la lite da talk,
la storia privata del giocatore,
il titolo costruito per acchiappare, non per capire.

Si parla di tutto, fuorché del gioco.
Delle strutture.
Della formazione.
Della tecnica.
Della cultura sportiva.
Di come si allena un bambino.
Di come si costruisce un calciatore pensante.
Di come si protegge il talento nei passaggi difficili della crescita.

E intanto il sistema delle scommesse resta lì, come una contraddizione gigantesca.

Da un lato il calcio italiano denuncia perdite economiche e ragiona da anni sul rapporto con il betting; dall’altro il quadro normativo resta oggetto di pressioni e tentativi di revisione, mentre la stessa discussione pubblica continua a oscillare tra divieti formali e forti interessi economici. Nel 2025 il dibattito sulla possibile revisione del divieto di pubblicità del gioco d’azzardo nel calcio ha fatto un ulteriore passo avanti in Parlamento. 

Ma al di là delle norme, il punto politico resta:
un movimento malato di denaro facile, di valorizzazioni forzate, di consumo compulsivo, di partite offerte come intrattenimento seriale, finisce inevitabilmente per perdere il contatto con la propria funzione educativa e popolare.

Il calcio dovrebbe insegnare disciplina, sacrificio, comunità, appartenenza, regole interiorizzate.
Dovrebbe essere uno strumento sociale.
Una palestra civile.
Un ascensore umano per chi nasce in contesti difficili.
Un luogo dove il talento incontra il merito e non soltanto la visibilità.

Invece troppo spesso diventa l’opposto:
un luogo in cui tutto è accelerato,
tutto è monetizzato,
tutto è intermediazione,
tutto è esposizione.

E così il tifoso viene tradito due volte.

La prima, perché gli viene tolto il calcio che amava.
La seconda, perché poi lo si accusa pure di essere il problema.

No.
Il problema non è il tifoso che pretende rispetto.
Il problema non è chi contesta.
Il problema non è chi chiede stadi vivi, trasferte aperte, prezzi umani, regole sensate, vivai seri, dirigenti competenti.

Il problema è chi ha confuso il governo del calcio con l’occupazione del calcio.

Il problema è chi non ha saputo costruire strutture, formare tecnici, rilanciare i vivai, difendere il peso del merito, proteggere la centralità del tifoso, tenere insieme sicurezza e libertà, modernità e identità.

Per questo la sconfitta con la Bosnia non può essere liquidata come una partita persa ai rigori.
È molto di più.
È uno schiaffo storico.
È la certificazione di una decadenza.
È il punto in cui le scuse non bastano più.

Terza esclusione mondiale consecutiva per una Nazionale che ha vinto quattro Coppe del Mondo e che non gioca la fase finale dal 2014: non è un incidente statistico, è un crollo di sistema. 

A questo punto servirebbe un gesto radicale.
Non cosmetico.
Non comunicativo.
Non il solito tavolo, la solita commissione, la solita conferenza, il solito slogan.

Servirebbe una riga netta.

Bisogna avere il coraggio di dire che molto di ciò che è stato costruito negli ultimi vent’anni ha impoverito il calcio italiano.
Bisogna tornare indietro dove si è sbagliato.
Rimettere al centro i settori giovanili.
Rimettere al centro la tecnica.
Rimettere al centro i campetti, gli allenatori di base, le strutture, il merito, la crescita del calciatore italiano.
Rimettere al centro gli stadi come luoghi di passione, non come luoghi di sospetto permanente.
Rimettere al centro il tifoso come risorsa, non come problema.
Rimettere al centro il calcio come bene popolare, non come abbonamento da spremere.

Perché il calcio non appartiene a chi lo usa.
Appartiene a chi lo ama.

Appartiene a chi lo canta.
A chi lo aspetta.
A chi lo perde e ci soffre.
A chi si fa centinaia di chilometri per una partita di terza serie.
A chi cresce con una sciarpa addosso.
A chi sente ancora che una maglia non è un contenuto, ma una seconda pelle.

Il calcio è della gente.
E quando la gente viene espulsa dal centro del racconto, restano solo i palazzi, i contratti, i protocolli, i comunicati, le giustificazioni.

Resta il business.
Ma il business, da solo, non fa il calcio.

Il calcio vero nasce da appartenenza, passione, attaccamento, identità, sacrificio.
E se dimentichi tutto questo, puoi anche inventarti nuove regole, nuove piattaforme, nuove campagne, nuovi slogan.

Ma prima o poi il conto arriva.

E l’Italia, oggi, lo sta pagando tutto.

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