La nuova normativa amplia significativamente le possibilità di accesso alla detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti. Una riforma destinata a interessare una platea potenzialmente molto vasta, perché punta a trasformare l’esecuzione della pena in un percorso concreto di cura e reinserimento sociale.
La novità principale è rappresentata dal nuovo articolo 94-ter del Testo unico sugli stupefacenti. Quando non ricorrono i presupposti per l’affidamento in prova terapeutico, il condannato con una dipendenza può chiedere di eseguire la pena attraverso un programma terapeutico e socio-riabilitativo. Il limite ordinario arriva a otto anni di pena detentiva, anche residua; per determinate categorie di reati ostativi il limite scende a quattro anni, con alcune eccezioni.
Il beneficio non equivale, però, ad una semplice uscita dal carcere. È necessario dimostrare l’esistenza della dipendenza, il collegamento con la condotta criminale e soprattutto l’idoneità del programma di recupero. La misura può essere eseguita presso strutture residenziali pubbliche o private accreditate oppure, quando previsto dal programma, in forma semiresidenziale.
Il percorso è sottoposto a controlli.
SerD, UEPE e strutture terapeutiche devono monitorare l’andamento del programma e segnalare eventuali violazioni. Il mancato rispetto delle prescrizioni o il fallimento del percorso può comportare la revoca della misura.
La legge introduce inoltre l’articolo 94-quater, che consente, a determinate condizioni, anche all’imputato tossicodipendente o alcoldipendente di accedere a una definizione anticipata del procedimento attraverso l’esecuzione della pena con modalità terapeutiche.
Novità anche sul fronte dell’esecuzione: l’articolo 656 del codice di procedura penale viene coordinato con la nuova disciplina, prevedendo un intervento più rapido della magistratura di sorveglianza. Il principio ispiratore è chiaro: quando al reato si accompagna una dipendenza patologica, la cura può diventare parte integrante della risposta penale. Resta però il problema concreto della capacità del sistema sanitario, delle strutture accreditate e della magistratura di sorveglianza di gestire un possibile forte incremento delle richieste. La vera scommessa della riforma sarà dunque conciliare recupero del condannato, controllo giudiziario e sicurezza collettiva












