Molto prima dei robot sottomarini e delle moderne tecnologie, c’era un gruppo di uomini che affrontava il mare armato soltanto di coraggio, scafandri di rame e una straordinaria capacità di sfidare l’impossibile. Erano i palombari dell’Artiglio, protagonisti di una delle pagine più affascinanti della marineria italiana del Novecento.
La loro storia inizia negli anni Venti, quando la nave Artiglio, appartenente alla Società Ricuperi Marittimi (SO.RI.MA.), diventa il simbolo mondiale delle operazioni di recupero subacqueo. In un’epoca in cui immergersi oltre poche decine di metri significava mettere seriamente a rischio la propria vita, questi uomini arrivarono a lavorare a profondità considerate proibitive.
La loro impresa più celebre fu il recupero del tesoro del transatlantico britannico Egypt, affondato nel 1922 nel Canale della Manica dopo una collisione. A bordo della nave c’erano centinaia di lingotti e monete d’oro e d’argento destinati alle banche dell’India, un carico dal valore immenso che giaceva a circa 120 metri di profondità.
Per molti era un’impresa impossibile. Per gli uomini dell’Artiglio rappresentava una sfida. Con tecniche rivoluzionarie per l’epoca, campane subacquee, scafandri pesanti e l’utilizzo controllato di esplosivi, riuscirono ad aprire lo scafo del relitto e a recuperare parte del prezioso carico. Ogni immersione durava pochi minuti ma richiedeva ore di preparazione e altrettante per la lenta decompressione. Bastava un errore, una corrente improvvisa o un guasto all’attrezzatura perché il mare si trasformasse in una trappola senza via d’uscita.
Il destino, purtroppo, presentò il conto il 7 dicembre 1930. Durante un’operazione sul relitto dell’Egypt, una violenta esplosione distrusse l’Artiglio. Morirono gran parte dell’equipaggio e dei palombari, uomini che avevano dedicato la propria vita a una professione tra le più rischiose al mondo. La tragedia suscitò profonda emozione in Italia e all’estero, trasformando quei subacquei in simboli di coraggio e sacrificio.
Ma la loro storia non finì quel giorno. La SO.RI.MA. costruì una nuova nave, l’Artiglio II, e l’opera di recupero proseguì fino a riportare in superficie gran parte del tesoro dell’Egypt. Un successo che consacrò definitivamente la scuola italiana dei palombari come punto di riferimento internazionale nel recupero marittimo.
Ancora oggi gli uomini dell’Artiglio vengono ricordati come pionieri dell’ingegneria subacquea. Le loro imprese contribuirono allo sviluppo delle moderne tecniche di immersione e dimostrarono che l’ingegno umano poteva spingersi là dove sembrava impossibile arrivare.
Non erano cercatori d’oro, ma professionisti del mare. Ogni immersione era una lotta contro il tempo, il freddo e la pressione degli abissi. Dietro ogni lingotto riportato in superficie c’erano competenza, disciplina e un coraggio fuori dal comune.
A quasi un secolo di distanza, la loro vicenda continua ad affascinare storici, appassionati di mare e lettori. Perché quella degli uomini dell’Artiglio non è soltanto la storia del recupero di un tesoro sommerso, ma il racconto di uomini che trasformarono l’impossibile in una professione, pagando spesso con la vita il prezzo della loro audacia.

(Foto dal sito nauticareport.it)












