Si è aperto questa mattina, davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Salerno, il procedimento relativo al presunto patto politico-mafioso collegato alle elezioni comunali del 2019 a Capaccio Paestum.
Alla prima udienza erano presenti quattro dei sei imputati: l’ex sindaco Franco Alfieri, il pregiudicato Roberto Squecco, il vigile urbano Antonio Bernardi (attualmente sospeso dal servizio) e l’ex addetto al cimitero Michele Pecora, tutti agli arresti domiciliari. Assenti invece Domenico De Cesare, detenuto in carcere, e Stefania Nobili, unica imputata a piede libero.
L’udienza ha subito un rinvio a causa di un problema tecnico legato al collegamento video dalla casa circondariale di Cosenza, dove è recluso De Cesare. L’imprevisto ha impedito la ratifica delle liste testimoniali presentate dalla pubblica accusa e dalle difese.
Nel corso della seduta, gli avvocati di Bernardi e Pecora hanno presentato istanza di revoca o attenuazione delle misure cautelari, su cui il pubblico ministero Carlo Rinaldi ha espresso parere negativo. Nessuna richiesta, invece, è stata avanzata per le posizioni di Alfieri e Squecco. Il presidente del collegio, il giudice Domenico Diograzia, ha quindi disposto il rinvio dell’udienza al 10 giugno.
Sul piano difensivo, Alfieri è assistito dagli avvocati Agostino De Caro e Domenicantonio D’Alessandro; Squecco e Bernardi dagli avvocati Mario Turi e Vincenzo Scarlato; Pecora dall’avvocato Francesco Raeli; Nobili dall’avvocato Riziero Angeletti; De Cesare dall’avvocato Pierluigi Spadafora.
Secondo l’impostazione accusatoria, Alfieri, Squecco e Nobili rispondono di scambio elettorale politico-mafioso in relazione alla campagna elettorale del 2019: l’allora sindaco avrebbe accettato la promessa di voti da parte di Squecco in cambio del mancato abbattimento del lido “Kennedy”, riconducibile allo stesso imprenditore, con la successiva candidatura della Nobili in una delle liste a lui collegate.
Squecco, insieme a Bernardi e Pecora, è inoltre imputato per tentata estorsione aggravata. Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe fatto pressione anche attraverso intermediari per ottenere la tutela dello stabilimento balneare, ricorrendo a minacce e atti intimidatori.
La Procura di Salerno ha individuato come parte offesa lo stesso Alfieri, ritenuto destinatario di un piano intimidatorio più ampio che avrebbe incluso anche la progettazione di un attentato dinamitardo, poi non realizzato per il mancato accordo economico tra i soggetti coinvolti.












