Il 12 e 13 maggio 1974 milioni di cittadini della Italia furono chiamati alle urne per uno dei passaggi più significativi della storia repubblicana: il referendum abrogativo sulla legge che aveva introdotto il divorzio. Con un’affluenza straordinaria, pari a circa l’87,7% degli aventi diritto, si trattò della consultazione referendaria più partecipata mai registrata nel Paese.
Il quesito riguardava l’abrogazione della legge n. 898 del 1970, conosciuta come legge sul divorzio. A promuovere il referendum fu un ampio fronte contrario alla norma, sostenuto in particolare da settori del mondo cattolico e da forze politiche come la Democrazia Cristiana. Sul fronte opposto, i sostenitori del mantenimento della legge riunivano partiti laici e di sinistra, tra cui il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano.
L’esito fu netto: il 59,3% degli elettori votò “NO”, respingendo l’abrogazione e confermando quindi la possibilità legale di sciogliere il matrimonio civile. Il “SÌ”, favorevole all’abolizione del divorzio, si fermò al 40,7%.
Il risultato segnò una svolta culturale profonda. Per la prima volta, su un tema eticamente sensibile e fortemente divisivo, l’elettorato italiano si espresse in modo autonomo rispetto alle indicazioni prevalenti di una parte rilevante delle istituzioni religiose e politiche. Il voto evidenziò inoltre un cambiamento nei costumi e nella percezione dei diritti civili, in un Paese ancora attraversato da forti tensioni sociali e ideologiche.
Il referendum del 1974 rappresentò anche un banco di prova per lo strumento referendario introdotto dalla Costituzione, dimostrando la sua capacità di mobilitare ampie fasce della popolazione e incidere concretamente sull’ordinamento giuridico.
A distanza di oltre cinquant’anni, quella consultazione resta un punto di riferimento nella storia italiana, non solo per l’altissima partecipazione, ma anche per il suo impatto duraturo sul dibattito pubblico e sull’evoluzione dei diritti civili nel Paese.











