Scaricabarile sul lockdown, è braccio di ferro tra De Luca e il governo

Tanto minacciato prima, quanto respinto oggi. Il lockdown, adesso, è materia che scotta tra le mani di chi deve assumersene l’onere: sia a Palazzo Chigi, sia a Santa Lucia (o Salerno). Così mentre De Luca si oppone, il premier continua a verificare con i suoi superconsulenti l’ipotesi di una serrata che valga solo per alcune regioni o aree metropolitane.
In attesa del nuovo Dpcm, in arrivo nelle prossime ore, non è affatto chiuso, insomma, il braccio di ferro tra Stato e Regioni, alla ricerca di una sintesi che – sotto la spinta di crisi economico-sociale, tensioni di piazza, equilibri e tatticismi politici – si rivela assai più complicata del previsto. Risultato: quello che doveva essere il confronto risolutivo, prima del nuovo decreto del presidente Conte, diventa il fine settimana che certifica la paralisi.

Il premier Conte e una parte della maggioranza di governo (5S e Iv soprattutto), continuano quindi a ragionare in termini di chiusure “mirate”, su base locale, in grado cioè di far calare lo stop su province particolarmente dense di infetti e con un sistema sanitario al collasso: da quella milanese a quella napoletana, senza escludere Roma né Torino. Ma lo stesso presidente della Campania, contrariamente a quanto annunciava dieci giorni fa nella sua ormai nota diretta social, non vuole più sentire parlare di lockdown solo in Campania.

Ciò che egli stesso presentava come imminente dieci giorni fa, con 2.280 contagi al giorno (“Non abbiamo più un minuto da perdere”, testuale dalla ormai nota diretta Fb che incendiò la piazza), diventa irricevibile ieri, con i positivi che arrivano al tetto di 3.860 unità.

E, sullo stesso fronte, si schiera non solo il presidente della Conferenza, Bonaccini, ma anche il presidente della Lombardia ed altri governatori. “O si blocca tutto in tutto il paese, oppure far calare le restrizioni più drastiche solo in alcune aree, significa imporre un provvedimento che non verrebbe capito, e sul quale non ci possono essere controlli”, fa sapere il presidente De Luca, ieri alla conferenza Stato-Regioni che accende di tensione il pomeriggio domenicale. “La logica dei singoli territori – è il ragionamento del governatore salernitano – non ha senso perché l’epidemia è diffusa. Serve muoversi in maniera unitaria; differenziazioni territoriali porterebbero a reazione diverse. In Campania non sarebbero capite e sono improponibili perché i livelli di controllo non esistono. Il 60 per cento dei positivi in Campania erano in area metropolitana di Napoli (Asl 1, 2 e 3); è stata vietata la mobilità tra Comuni, ma non ci sono i controlli. Noi abbiamo alcune zone rosse, ma abbiamo deciso con i prefetti di presidiare le zone centrali”.

È la sede in cui De Luca ribadisce poi la netta contrarietà a qualunque ripresa delle attività didattiche in presenza, continuando a inveire contro la ministra Azzolina. “È sconcertante”, sottolinea De Luca, che “sulla scuola si facciano dichiarazioni ideologiche, senza parlare di dati e di situazioni di fatto”, cioè i contagi rilevati anche nelle scuole dell’infanzia che, argomenta il vertice di Palazzo Santa Lucia, non consentivano più alcuna prosecuzione del lavoro in classe. E sul terreno del no al lockdown in Campania, soprattutto se non sorretto da un adeguato piano di sostegno, si ritrovano per una volta concordi De Luca e de Magistris.

Da parte loro, anche i sindaci – con il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, avvertono infatti che qualunque drastica chiusura deve andare di pari passo all’adozione di misure economiche, al fine di garantire i ristori alle categorie costrette a fermarsi. “Per non alimentare le tensioni sociali, bisogna garantire risorse a chi perderà ogni fonte di sostentamento con il blocco”, sostiene l’Anci. E chiede, come avvenuto a marzo-aprile, che sia un’ordinanza di Protezione Civile a porre i Comuni in grado di gestire i fondi destinati ai ristori. Sono le posizioni che aveva anticipato de Magistris a Repubblica, e che spingono i primi cittadini a riprendersi quel protagonismo (istituzionale, e politico) di cui sembrano orfani, da quando la pandemia ha spazzato via il loro ruolo. A vantaggio delle Regioni. Sul cui tavolo continua a rimbalzare il conto alla rovescia, e lo scaricabarile complessivo, del lockdown.

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