“Lui ama me, lei ama te”: intervista ai Jang Senato

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“Lui ama me, lei ama te”: intervista ai Jang Senato

Dall’Emilia Romagna al Cilento. Dal palco del Primo Maggio a quello di MutArte.

Sono gli Jang Senato.

In occasione della loro data del 21 agosto a Rofrano abbiamo fatto qualche domanda a Titano, leader della band.

D: Chi sono gli Jang Senato?
R: Gli Jang Senato sono un gruppo di 5 ragazzi che nascono più o meno tutti nello stesso paese, Bagno di Romagna, a pochi metri di distanza uno dall’altro. Sono 5 creativi che hanno lasciato tutto per inseguire un sogno, quello di crearsi un proprio studio discografico e incidere un proprio disco, tutto in autonomia. In sostanza sono 5 folli, che credono nelle cose belle.

D: L’idea di dare vita a un vero e proprio studio discografico privato è abbastanza particolare. Nel senso, non capita a molte band di avere uno studio privato: com’è nata in voi questa decisione?
R: È nata perché ci conosciamo molto bene. Siamo sempre così attenti ai dettagli, così puntigliosi (spesso anche inutilmente) che con il tempo, man mano che le esperienze di studio si susseguivano, abbiamo capito che incidere un disco in uno studio a pagamento ci sarebbe costato troppo. Acquistando le apparecchiature per incidere non solo abbiamo fatto un investimento per i prossimi album, ma abbiamo potuto lavorare in santa pace, negli orari che volevamo, discutendo ore e ore su un solo arrangiamento, cancellando e ripartendo da zero più volte. Questo “procedimento”, al di là del fatto che possa essere veramente servito a perfezionare il disco, ci ha unito molto come band. Eravamo tipo una famiglia in vacanza sui monti. Al posto dei bambini c’erano le chitarre.

D: Avete inciso una cover di “Hotel Supramonte”: com’è stato scelto il brano e qual è il vostro rapporto con Fabrizio De André?
R: Allora: non l’abbiamo incisa. Quella che si trova su iTunes è una registrazione di un live/tributo a De André che si è svolto (insieme a Le Luci Della Centrale Elettrica, Giorgio Canali, Massimo Bubola, etc) in uno degli auditorium della RAI. Il nostro rapporto con De André è molto profondo. È stato il primo cantautore di cui mi sono “innamorato” quando avevo tipo 14-15 anni. È stato il primo premio (il Premio De André 2007) che abbiamo vinto con gli Jang Senato. Oggi lo ascoltiamo meno, con il tempo siamo diventati più DeGregoriani. Ma la sua influenza è ancora viva.

D: Parlando di De Gregori, ho letto che apprezzi molto il primo De Gregori, che definisci “inarrivabile”, mentre non apprezzi molto le sue ultime cose. Effettivamente anche io non ho mai capito come abbia fatto a passare da composizioni molto complesse anche per un cantautore, con passaggi armonici poco consoni o cambi di rotta all’interno di un solo brano, a fare solo “canzoni”.
R: Sì, secondo me alcune canzoni tipo “Pezzi Di Vetro” o “La Donna Cannone”, ma anche “Renoir”, sono veramente perfette. Non riesco a capire come si possa scrivere capolavori del genere. Per me è inarrivabile.

D: “Ipercarmela”, “Disastro Aereo Sul Canale Di Sicilia”: le potremmo elencare tutte quelle di quel periodo.
R: L’ultimo De Gregori invece mi pare più banale, e non amo il modo in cui ri-canta i suoi grandi successi, spostando continuamente lo swing delle canzoni. Nessuno dovrebbe permettersi di sminuire un successo, soprattutto l’autore.

D: In effetti dal vivo è a tratti irritante. Penso lo faccia per non farsi cantare dietro dal pubblico. Almeno, quella è stata la mia impressione le varie volte che l’ho visto live.
R: Secondo me lo fa perché si è rotto i coglioni di fare le stesse canzoni. Almeno così cambia un po’, si annoia di meno.

 D: Nei vostri brani ci sento molto i Beatles, a partire dallo stile di alcune composizioni fino all’uso molto presente degli strumenti in backwards (o di altri tipi di “trovate” prettamente psichedeliche come le voci parlate): quali sono il tuo album e la tua canzone preferita dei Beatles?
R: Si, certo. Siamo da sempre superfans dei Beatles. Amiamo soprattutto la fase 1966-1969, quando smisero di fare concerti e iniziarono con le vere sperimentazioni. C’è sempre qualcosa da imparare in quei 3-4 dischi, dettagli che ti erano sfuggiti ai primi ascolti, compaiono incredibilmente dopo anni. Poi quando fai questo mestiere è ovvio che certe idee finiscano per influenzarti.

D: “Revolver” e “Abbey Road” über alles.
R: Esatto. Anche se siamo convinti che il più grande singolo rimanga “I Am The Walrus”. Secondo noi se uscisse oggi sul mercato sarebbe ancora primo in classifica nel mondo.

D: Ho letto che ti piacciono molto anche Nirvana e Ramones: come mai un ascoltatore di band del genere diventa un cantautore?
R: Secondo me tutto fa brodo. Voglio dire, le melodie di Kurt Cobain, sgrassate dall’arrangiamento grunge, sono grandissime melodie pop. Spesso quello che fa da contorno a una melodia tende a mistificare, ad annebbiare il contenuto di base. Nel caso dei Nirvana e anche dei Ramones, a mio parere, ci sono grandissime melodie pop. Molto meglio di tanti cantautori. Credo che tutto serva. Anche Bob Marley mi ha aiutato tantissimo nel semplificare le melodie delle canzoni per favorire la “leggerezza”.

D: Siete anche produttori di vino: preferenze su qualche vitigno in particolare?
R: No, ma mi hanno già accennato che a Rofrano si berrà molto.

D: Avete vinto, insieme a Chiazzetta e Jolaurlo, il contest Primo Maggio Tutto L’anno suonando sul palco del concerto del Primo Maggio: com’è stato suonare di fronte a così tanta gente?
R: Eh, è stata una grossa emozione. Forse la più grossa da quando suoniamo. Il palco che si gira e ti ritrovi davanti ad almeno 500000 persone, più della somma di tutte le persone che ti hanno visto in tutti gli altri concerti della tua vita. Credo sia difficile da descrivere. Anche perché in quei minuti di palco ho tipo resettato il cervello per non pensare troppo. 🙂

D: “Le persone non fanno quello che vogliono fare”: secondo te perché?
R: Non lo so. So che è così. Guardandomi attorno, ascoltando le lamentele, si nota questo. I più seguono un percorso che non amano minimamente, che non hanno mai cercato, che non cercherebbero mai se si vedessero da fuori. Questo causa insofferenza. Non si può perseguire un lavoro, o una semplice idea o anche una donna senza amare quella causa. L’amore poi deve essere potentissimo, una passione che non ha freni. Sto leggendo un libro su Steve Jobs in questi giorni. Ho ritrovato molti di questi concetti nelle sue teorie di business.

D: L’amore nel business? Sembra quasi un ossimoro.
R: Non lo è. Non si fanno affari veri senza amare quello che si fa. Non puoi aprire un tabacchi solo perché è redditizio. Dopo poco, se non ami ciò che fai, ti stancherai e cambierai professione.

D: Bhè, però penso a operai ed affini e immagino che pochi di loro amino il lavoro che fanno, però continuano per necessità. Quindi il cambiamento non credo sia così facile.
R: Il cambiamento fa parte della volontà. Ogni uomo dovrebbe coltivare un proprio sogno, come un artista che lavora alla sua opera, giorno dopo giorno. Non sai quanti lavori ho cambiato prima di arrivare a questo. 🙂 Quando riesci a capire che stai facendo/creando qualcosa per pura passione, allora ti accorgi che non c’è tanta differenza tra business e cultura. Sia chiaro, il sogno può essere anche al di là della professione. Spesso è una donna, una famiglia, o anche un motoscafo privato.

D: Quando ho scoperto grazie a te che la collina dei ciliegi non esiste è stato un po’ un trauma. Un po’ come quando da bambino scopri che non esiste Babbo Natale.
R: Spero che poi tu ti sia ripreso.

D: Posso sempre mettere su il CD e illudermi che esista.
R: L’importante è crederci. “Inseguendo una libellula in un prato”: chi ci ha mai provato? È solo un’illusione. 🙂

D: Progetti attuali e futuri?
R: I progetti attuali sono quelli di suonare il più possibile, ovunque. Vogliamo toccare tutta la penisola, mettere le bandierine JS in tutte le regioni. Quest’estate abbiamo fatto 50 concerti. Non sono pochi, ma possiamo fare ancora meglio. Da settembre invece cominceremo a pensare al prossimo disco. Le canzoni ci sono già (quasi tutte). Bisogna pre-produrle, studiare gli arrangiamenti e poi inciderle. Io vorrei farlo uscire entro la fine dell’anno. O al massimo a gennaio 2012, a un anno esatto dal primo.

D: Vorrei chiudere l’intervista omaggiando Marzullo e chiedendoti di farti una domanda e darti una risposta (in alternativa puoi scegliere la domanda “Ma la vita è sogno o i sogni aiutano a vivere?”).
R: (ride) Cazzo, la marzullata finale non me l’aspettavo. Allora, tornando al discorso di prima: i soldi fanno la felicità o la felicità porta i soldi? Secondo me la seconda.

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