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Guido Maria Grillo: “un appassionato di musica, melodia, poesia”

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Guido Maria Grillo: “un appassionato di musica, melodia, poesia”

È da pochi giorni iniziato il nuovo tour del cantautore di origini cilentane (Policastro).

Per l’occasione abbiamo avuto modo di chiedergli cosa lo spinge a scrivere canzoni e vivere di musica.

D: Chi è Guido Maria Grillo?
R: Un appassionato di musica, melodia, poesia, probabilmente in quest’ordine, dedito a cose simili a patto che occuparsene oggi sia il tentativo di portarle altrove, di non ripetersi, di cercare nuovi confini nei quali possano avere vita nuova. Non sono un amante del revival, anzi, mi indispone abbastanza l’imitazione sterile. Amo quegli artisti che dimostrano di essere tali perché in continua evoluzione. Io, nel mio piccolo, mi pongo l’obiettivo di evolvermi, oltre che, naturalmente, di scrivere cose belle. Per il resto  è una persona  come tante, ma con un bruttissimo carattere.

D: Cilentano di nascita ma emiliano di adozione, come mai hai deciso di vivere a Parma e quanto le tue origini cilentane hanno contribuito a farti venire fuori artisticamente?
R: Vivo a parma perché dopo essermi laureato a Salerno ho frequentato un master in organizzazione di eventi artistico-culturali e spettacoli dal vivo. Qui a Parma mi sono costruito un lavoro intorno, un qualcosa che forse al sud non avrebbe trovato terreno fertile. Essere cilentano probabilmente non ha influito, ma essere meridionale certamente si. Appartengo ad una generazione che non fatico ormai a definire “vecchia”, pur non essendolo anagraficamente. Una generazione, cioè, che si è formata senza internet, senza le possibilità sconfinate, e i rischi sconfinati, del mezzo. Il sud, negli anni scorsi, è rimasto probabilmente isolato ancora più a lungo rispetto ad altre zone d’Italia. Inoltre, la mia generazione “meridionale” è arrivata a 18/20 anni senza conoscere o guardare MTV e altri canali di comunicazione “artistica” di massa. Tutto questo per dire che, rispetto ai miei coetanei settentrionali, ho certamente avuto la libertà di sviluppare un linguaggio musicale più personale perché svincolato da mode estere, da movimenti di massa (musicali e artistici in senso ampio) dei quali emittenti come MTV era ed è portavoce. Nei primi anni ’90, un mio coetaneo milanese, ad esempio, era certamente bombardato dagli stili e dal sound dalle band o dei cantanti del momento che poi, dopo qualche mese, in molti casi, erano già un lontano ricordo. Io no. L’isolamento può essere una risorsa a patto che non si resti imprigionati. Una volta sperimentato il proprio originale linguaggio, è bene confrontarsi con l’esterno.

D: Come nascono le tue canzoni?
R: In maniera abbastanza casuale, spesso da un testo, o da pensieri sparsi, altre volte da una melodia che mi ronza in testa. Qualche volta dall’entusiasmo che degli ascolti suscitano.

D: Una curiosità personale, com’è nata “Inutili parole” (canzone che trovo meravigliosa)?
R: Ti ringrazio, intanto. “Inutili Parole” è una di quelle canzoni nate dall’entusiasmo di un ascolto. Era il 2005 e mi ero innamorato (artisticamente) di una cantautrice, Lhasa De Sela. Una delle sue canzoni più belle era un tango, leggero, accennato, appassionato, “Con toda palabra”. Da lì la mia canzone si è scritta da sola, poggiandosi su frasi appuntate su fogli sparsi. È stata la canzone con cui ho vinto il mio primo concorso, grazie al quale ho pensato che forse potesse essere il caso di provare a fare sul serio. È una canzone che parla della ripetitività, della circolarità, e quindi dell’inutilità, delle parole che, il più delle volte, si dicono gli amanti.

D: Qual è, invece, quella che rappresenta maggiormente Guido Maria Grillo?
R: È difficile, le canzoni, soprattutto quelle che finisco in un album, e che quindi sono già state scelte, sono davvero come figli. Ognuna ha senso per quello che rappresenta e per il momento in cui è nata. È difficile scegliere, certamente, pescando tra quelle del primo disco, ai primissimi posti c’è “Le nostre verità”. Ma anche “Solitudine” non scherza.

D: Oltre che di musica ti occupi anche di teatro, parlacene un po’.
R: A Parma mi sono costruito un lavoro intorno, come dicevo. Ho creato uno spazio, un laboratorio artistico e circolo culturale, in cui organizzo eventi, concerti, spettacoli teatrali, mostre, presentazioni di libri e molto altro. Si chiama MATERIAoff. Questo mi ha permesso di tessere contatti, di far nascere collaborazioni ed anche di appassionarmi a discipline poco battute. Tra tutte il teatro sperimentale, di ricerca. Sono rimasto folgorato da spettacoli geniali, lirici, immaginifici, potenti. Mi è venuta voglia di sperimentarmi, per tornare al discorso dell’evolversi, e così ho scritto uno spettacolo intero. Tutto, testi, musiche, sceneggiatura, drammaturgia, una sorta di lunga performance tra il teatro corporeo e il concerto, liberamente ispirata alla storia di Medea. È stata una bella esperienza, prima o poi ci ricadrò.

D: Cosa ci regalerà il tuo nuovo album?
R: E’ un disco caratterizzato da sonorità ed atmosfere più “aperte” rispetto al primo lavoro, che era quasi un concept (un album a tema) a tinte fosche, una sorta di dramma dell’abbandono, della perdita. Le canzoni di “Non è quasi mai quello che appare”, il nuovo disco, hanno vita propria anche se in tutte c’è sempre una sorta di sfogo personale, il racconto di me o di ciò che mi sta intorno. E’ certamente musica profonda, ma con sfumature diverse, malinconica ma con improvvisi sprazzi di luce, urla alternate a sussurri. Con rispetto e delicatezza ho toccano anche drammi sociali, l’immigrazione clandestina, ad esempio (“Il Tango dei naufragati”), o lo sfruttamento e la prepotenza di cui per anni, ed ancora oggi, una parte dell’occidente si è resa protagonista ai danni del terzo mondo e del Medio Oriente (“L’età dell’oro nero”). Ho deciso, poi, che fosse il momento di mettermi in gioco ancora di più, facendo una cover di Fabrizio De Andrè, Il sogno di Maria. La mia ammirazione per il cantautore genovese si spiega difficilmente a parole,  basti sapere che a lui, artista, intellettuale e pensatore, ho dedicato la mia tesi di laurea. Inserendo una sua canzone in questo disco mi sono caricato di una gravosa responsabilità.

D: Sta per partire il tuo tour 2011: ma dove vuole arrivare Guido Maria Grillo?
R: Intanto vuole suonare tanto, portare in giro la sua musica perché più persone possibile possano conoscerla. La discografia italiana è un morto che cammina (si trascina), si spartiscono le briciole che restano pochi sciacalli e qualche arrivista. È un altro mestiere rispetto a quello che io e molti come me, nell’ombra, facciamo. L’unico modo per farsi conoscere davvero è andare in giro a suonare, ovviamente lasciando il segno. Le voci corrono, in pochi mesi il mio nome ha iniziato a girare nell’ambiente, certamente grazie lusinghiere recensioni pubblicate da testate di settore e portali di musica, ma anche grazie a concerti riusciti bene. Vuole arrivare lì Guido Maria Grillo, a suonare in posti che contano, quelli frequentati dagli appassionati di musica, dai critici, dagli addetti ai lavori, arrivare sulla bocca e nei lettori cd dei tanti che amano la musica indipendente, che la cercano, che sanno ancora affezionarsi, e lungamente, ad un disco, ad un artista. Non gli interessa arrivare sui banchetti di musica usa e getta, nelle radio sintonizzate distrattamente, casualmente su frequenze ignote, in alta rotazione in mezzo al nulla. Ecco, lì non mi interessa arrivare.

PER SEGUIRE LE DATE DEL TOUR:
“Non È Quasi Mai Quello Che Appare”: Guido Maria Grillo in tour



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